Mio articolo |
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Camorra, mafia e federalismoInteressante questo commento, in cui mi si accusa di voler identificare Spartaco come il capo di un gruppo di camorristi ante litteram. Ovviamente è un paradosso proposto da chi non è felice di vedere demolito un altro mito. In realtà le truppe di Spartaco non avevano nulla a che vedere con la camorra, la mafia e le organizzazioni del genere. La storia Spartaco rivela come sia difficile, una volta abituatosi alla vita del soldato, ritornare alla vita civile. Oggi lo chiameremmo la sindrome del soldato congedato, che trova impossibile riabituarsi alla vita civile, al tedio e alla fatica quotidiana di un lavoro produttivo. Se Spartaco e le sue truppe fossero vissute ai nostri giorni forse avrebbero potuto rivolgersi a qualche ente di assistenza sociale, magari fare una bella terapia di gruppo o frequentare dei corsi di riqualificazione. Una volta portate le sue truppe di gladiatori al di là delle Alpi, Spartaco disse loro “Tornate ai vostri campi, tornate a dove vi hanno strappato gli oppressori romani per trascinarvi in catene a Roma”. Furono pochissimi quelli che raccolsero il suo invito e se ne tornarono nelle loro case. La maggior parte non riuscì a vedere per sé stessi un futuro di contadini condannati all’ingrato e duro lavoro quotidiano di guadagnarsi da vivere con il sudore della fronte, e chiesero a Spartaco di guidarli in nuove battaglie. Anch’egli era prigioniero del suo ruolo di condottiero, e si mise alla loro testa per cominciare a girovagare per l'Europa e per l'Italia saccheggiando villaggio dopo villaggio, fino la sconfitta da parte delle truppe romane, facilitata dalle discordie etniche all'interno delle sue truppe. Sappiamo che i gladiatori di origine celtica non accettavano di mescolarsi con quelli di origine germanica e di altre etnie, con la conseguente mancanza di organizzazione e coordinamento. Una lezione che forse bisognerebbe ricordare ai giorni nostri. Mafia, camorra, sacra corona unita, 'ndrangheta ecc. sono tutt'altra cosa. Sono organizzazioni territoriali stabili, con strutture analoghe a quelle dello Stato, che costringano i cittadini nelle zone da esse controllate a versare una parte dei propri guadagni per il mantenimento dell'organizzazione mafiosa. Ma sono molto di più. Se fossero solo questo, si provocherebbe nei cittadini così spietatamente sfruttati un sentimento di odio che spingerebbe la popolazione a ribellarsi e a richiedere l'intervento dello Stato per proteggerla. Questo non succede. Dobbiamo chiederci perché i mafiosi, i camorristi ecc. possono muoversi all'interno della popolazione come pesci nell'acqua. Quando gli abitanti vengono intervistati o interrogati, nessuno ha mai visto niente, o sa niente, anzi molti negano la stessa esistenza della “mafia”. Sappiamo che in realtà le cose non sono così semplici. I proventi delle organizzazioni paramafiose provengono solo in piccola parte dallo sfruttamento della cittadinanza. La mafia ed organizzazioni simili svolgono molteplici attività. Oltre alle attività prettamente criminali come lo spaccio della droga, che esercitano in modo analogo a quelle di altre organizzazioni in tutto il mondo, esse hanno aspetti specifici che forse sono esclusivi per l'Italia. Inoltre, sappiamo che più dell’80% dei proventi della mafia & simili derivano dalla gestione diretta o indiretta degli appalti statali delle opere pubbliche, mettendole così nella posizione di gestire somme enormi di denaro. Non solo, le organizzazioni criminose fungono da vere e proprie agenzie di collocamento, assumendo come maestranze dei lavoratori che in questo modo diventano totalmente legati all'organizzazione mafiosa, pur non partecipando a nessuna attività criminale. Le organizzazioni paramafiose inoltre gestiscono l'assunzione di personale negli uffici dell'amministrazione pubblica. Vediamo cosi che mentre in Padania c’è un rapporto di 25 dipendenti pubblici su 100.000 abitanti, nelle regioni gestite dalla mafia questo rapporto aumenta a 50-200 dipendenti e oltre per lo stesso numero di abitanti. Tutta l'economia di regioni come la Campania, la Calabria e la Sicilia è fisiologicamente integrata nel tessuto mafioso. Tuttavia, questa non è una situazione che possiamo semplicemente assumere come un dato di fatto, un modo di vivere come un altro. I fiumi di denaro necessari per il mantenimento di questo esercito di dipendenti pubblici e per l'esecuzione delle opere pubbliche non vengono generati mediante la raccolta di denaro nelle regioni in cui sono spesi, ma arriva dall'esterno. L’attuale organizzazione romanocentrica agisce da livellatrice degli introiti regionali, in una situazione assurda per cui la Padania, che rappresenta il 25% del territorio italiano e genera il 75% della ricchezza prodotta dallo Stato italiano, vede questa ricchezza incanalata verso le regioni mafiose che le distribuiscono in modo clientelare alle popolazioni, che in questo modo diventano dipendenti dalla malavita per la propria sussistenza. L'unico modo di spezzare questo circolo vizioso è di attuare la riforma fiscale bloccando questo flusso di denaro dalla Padania alla Mafialandia, stabilendo il principio che il personale assunto in questo territorio dovrà essere stipendiato con i proventi delle tasse ivi riscosse. Quando questo succederà, coloro che oggi gestiscono gli incarichi pubblici e utilizzano questo fiume di denaro che arriva dalla Padania ai loro fini, si troveranno di fronte al dilemma se tassare le imprese che oggi vivono nell'ambito dell'economia sommersa e rischiare così le ire delle organizzazioni criminose che le gestiscono, o di dover licenziare le centinaia di migliaia di dipendenti soprannumerari per l'impossibilità di pagare i loro stipendi, provocando così l'ostilità delle masse. Mi spiace per loro e per i partiti meridionalisti che vorrebbero conservare questo stato di fatto, ma il senso di solidarietà dei padani non può certo sfociare nel continuare a sovvenzionare le attività parassitarie con i nostri soldi come abbiamo fatto fino ad oggi. |
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