Mio articolo

Capitalismo rapace - proposta liberaria per uscire dalla crisi

Mauro Meneghini
venerdì 24 luglio 2008

Capitalismo da animali rapaci - cosa si può fare per opporsi
Il crollo delle borse
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il fallimento Lehmann è una cosa che inevitabilmente doveva succedere, semmai ci meraviglia che sia successa solo ora. A seguito riporto quanto scrissi, divulgai e pubblicai nel settembre 1998 con alcune integrazioni alla situazione attuale.
 
Probabilmente i futuri maggiori rischi dell’economia mondiale proverranno dalla globalizzazione dei mercati finanziari. Le protuberanze, le escrescenze, i tentacoli che da alcuni anni si nota svilupparsi voglio chiamarlo capitalismo rapace. L’inizio ha origine nei primi anni settanta, allora vi era un sistema di cambi fissi che nel 1971/72 per loro interesse gli americani hanno deciso di smantellare, demolendo l’accordo del 1944 Bretton Woods System, ponendo l’umanità di fronte a problemi mai in precedenza affrontati con la libera oscillazione delle monete. Da un paio di speculatori che traevano profitto dalle oscillazioni delle valute oggi sono diventati decine di migliaia che internazionalmente scommettono sull’andamento futuro di qualsiasi cosa. Uno specula sull’abbassamento del dollaro: vende, oggi, a una data futura una quantità di dollari contro euro; i dollari materialmente non li possiede ma conta di procurarsi i dollari da consegnare alla scadenza quando saranno più convenienti. L’altro specula al contrario sul calo dell’euro. Entrambe possono comunque, anziché consegnare o ritirare la rispettiva valuta, accordarsi su un’opzione, che gli consente in futuro di decidere se portare a termine l’operazione o risolverla - il tutto naturalmente a fronte di un premio.
 
Affari di questo natura, in pochi secondi, vengono conclusi su tutti i mercati mondiali. Da ciò si crea un nuovo tipo di titoli, chiamati financial derivatives; la maggior parte dei derivatives sono decisamente più complicati del mio esempio. Ci sono oggi centomila derivati legati ai più svariati rischi ed opportunità e sono trattati non ufficialmente nelle Borse, bensì all’ombra, quasi sottobanco, per vie occulte. Fra i capi delle grandi banche mondiali non ve ne è uno in grado di valutare e giudicare obiettivamente la situazione . Contemporaneamente noto che il mercato dei derivati è il principale campo d’azione delle banche d’investimento, ‘hedge-funds’, società private d’’Equity’ e altre istituti finanziari. La somma mondiale di queste transazioni rappresentano nel 96 venticinque volte la produzione mondiale di beni e servizi, nel 2006, probabilmente da cinquanta a cento volte la quantità di beni e sevizi scambiati nel mondo. Siccome anche molte banche d’affari, fra cui molte banche locali italiane, hanno investito e partecipato alle operazioni in derivati i cui rischi non hanno saputo valutare, nel 2007 la crisi del mercato ipotecario americano ha causato enormi perdite. Una crisi mondiale di fiducia e di credito è quindi inevitabile come la sua naturale conseguenza.

Questo irrigidimento dei mercati finanziari, sarebbe probabilmente, gestibile se si trattasse di una crisi geograficamente delimitata a una o a un gruppo di nazioni. Ma questo non è il caso. In realtà gli operatori finanziari agiscono e reagiscono alle variazione dei corsi su tutti i mercati finanziari mondiali entro pochi minuti. Quando in USA, Inghilterra, Germania o Svizzera banche private vengono nazionalizzate o interviene lo Stato, si innesca il panico generale ed una serie di reazioni ad esso collegate. Negli anni novanta Russia ed Argentina non erano in grado di rimborsare gli interessi sui prestiti in valuta estera quindi i vari centri finanziari mondiali reagirono con l’involuzione di capitali stranieri a breve termine. La conseguenza della crisi di fiducia del 2007/2008 sarà certamente maggiore e più grave.
 
Sul mercato finanziario mondiale sono attive quasi esclusivamente istituti giovani. Alcuni si sono specializzati nell’acquisire intere aziende che verranno acquisite, smembrate e rimesse sul mercato a pezzi, altri vendono derivati i cui rischi vengono celati ad arte e servono all’arricchimento dei loro fondatori e manager. La maggior parte dei Hedge-funds, private-equity e altre società simili sono create da e al servizio di banche d’investimento; esse rimangono al di fuori di bilanci pubblicati ed analizzati delle banche e sono esenti da qualsivoglia controllo finanziario. A ciò si aggiunge la crescente globalizzazione di aziende produttive e commerciali che rispettivamente e per similitudine consentono, come fondi globali di sottrarsi al controllo dei bilanci ed ai canoni di revisione delle nazioni d’origine anche quando partecipano ad operazioni finanziarie. Per molte, dalle maggiori case finanziarie mondiali, organizzati hedge-funds la loro ragione d’essere e le loro motivazioni, il nome con cui chiamarli è di capitani di ventura senza Dio ne patria. Si sono sottratti a qualsiasi tipo di controllo stabilendosi in qualche piccolo stato sovrano ‘paradisi fiscali’, mentre effettivamente operano sulla City di Londra o su Wall-Street di New York.
 
Operatori finanziari e commercianti sono abituati a reagire a qualsiasi informazione in brevissimo tempo. Si crea una convinzione comune, molti si lasciano influenzare e corrono tutti nella stessa direzione comportandosi nella medesima maniera ‘ esempio classico nel caso vendano o ritirino i loro impegni. Una simile psicosi di massa è la causa nel 1929 del venerdì nero (che era invece un giovedì) alla borsa di New York che portò alla crisi mondiale ed alla relativa depressione. Settant’anni dopo una psicosi simile colpì le banche per gli investimenti ed il corso delle valute in Asia meridionale. Nel 1998 un comportamento simile è stato evitato per un pelo. La Hedge-funds LTCM (Long term capital managament) aveva perso immense risorse, la banca centrale impose tutta la sua autorità per salvare a qualsiasi costo LTCM ed evitare una crisi mondiale delle banche creditrici. Il salvataggio della LTCM portò con se come conseguenza il ritiro degli investitori dalla ‘new economy’ che si fondava sul mercato informatico. Difatti poco dopo il cambio del millennio il boom della new economy collassava portando con se casi di corruzioni ed immense perdite.
 
Personalmente ritengo che quanto sta succedendo in questi giorni dovesse succedere già allora e ancora una volta si dimostra che quando lo Stato interviene non lo fa portando valore aggiunto ma semplicemente salva qualcuno a spese di qualcun altro: per salvare il sistema bancario ha ammazzato la new economy.
 
L’ultimo e contemporaneamente da decenni il più pericoloso esempio di screanzate speculazioni finanziarie è offerto dalla crisi dei mutui americani. Qui e stato concesso il finanziamento di case ed appartamenti senza la certezza che il debitore fosse in grado di rendere gli interessi e il capitale. Per tenere i crediti fondiari (banca) quali creditrici lontani dal rischio d’insolvenza vennero create le ipoteche marce (‘subprime mortgage’ tradotto in italiano ipoteche non di prima classe, dolce eufemismo) confezionate in diversi titoli di credito ceduti poi a creduloni istituti finanziari e privati investitori. Quando i rischi di tali titoli divennero palesi chiunque ne era in possesso cercò di vendere i derivati, così è scoppiata la bolla speculativa. A seguito di ciò molte banche ed altri istituti finanziari privati si trovarono di fronte ad immense perdite.
 
Di conseguenza la mano pubblica ha dovuto salvare ad esempio in Inghilterra, in Germania, in Belgio, in Francia etc. alcune banche affinché i loro clienti non si facessero prendere dal panico. Di seguito anche diversi consigli d’amministrazione dovettero essere sciolti. Una crisi generalizzata di fiducia ha invaso il mercato e fatto sì che le banche tenessero la liquidità per se o la prestassero solo ad interessi molto elevati. Per evitare una crisi finanziaria generale la banca centrale americana, come la banca centrale europea ed altre banche centrali dovettero immettere grandi masse di liquidità nelle rispettive economie. Che questo aumento di massa monetaria causi un circolo inflattivo è evidente e chiaro. Contemporaneamente e preoccupante è l’effetto psicologico che una simile azione ha causato: i banchieri e i manager possono contare sull’intervento delle loro banche centrali e che anche la prossima occasione verranno salvati dal collasso. Da tutto ciò dobbiamo trarre una lezione: la speculazione di alcuni istituti privati può mettere in pericolo lo sviluppo economico della propria nazione se non dell’intero mondo. La crisi innestata dal mercato immobiliare statunitense può contagiare il mondo intero e ridurne la crescita economica fino a trasformarla in recessione.
 
Che la crisi finanziaria sia esplosa con la crisi dei mutui americani è solo un caso, avrebbe potuto e dovuto esplodere dai fondi d’investimento. Di contropartita ci sono al mondo oltre 10.000 hedge-funds ed altri istituti privati di speculazione. Raramente un ministro delle finanze è in grado di valutare con quali rischi finanziari dovrà confrontarsi e con quanti e quali affari speculativi confrontarsi, soprattutto in quanto tali rischi non vengono riportati in alcun bilancio e ancora meno possono essere informati i rispettivi primi ministri e i relativi parlamenti. I rischi derivanti da tali atti speculativi non vanno sottovalutati tantomeno le conseguenze politiche di guerre. L’economia mondiale dipende tanto dal comportamento dei banchieri e rispettivi operatori finanziari, come dal comportamento politico di stati influenti e dei rispettivi governi.
 
Certamente l’economia, la finanza e i corsi monetari prima del 1914, fino alla fine della seconda guerra mondiale, negli anni sessanta erano molto più affidabili che all’inizio del XXI secolo. Decisivo per le future sorti sarà la collaborazione fra le maggiori potenze mondiali. Solo con la collaborazione degli organi di controllo dell’USA, UE, China e Giappone e la creazione di una struttura affidabile di controllo dei mercati finanziari questo quanto ci aspettiamo. Fino a quel momento la via è lunghissima e tortuosa in quanto sono da superare molti interessi privati, egoismi nazionali e resistenze economiche. Crisi ed incidenti di percorso con effetti globali non sono comunque da escludere anzi dobbiamo metterli in bilancio e darli per scontati.
 
Degli effetti economici, che anche in futuro avranno un ruolo importante, fra questi vi è l’idea nazional-egoistica dei vecchi stati industrializzati nei confronti dei prodotti agricoli provenienti dai paesi in via di sviluppo. A ciò si aggiunge l’imponente deficit commerciale dell’USA e americano e al suo permanente ed incrementale aumento dell’indebitamento internazionale. A ciò si aggiunge l’imponente avanzo commerciale della bilancia commerciale cinese e giapponese e da cui derivano le immense riserve in dollari in mano agli stati asiatici.
 
Nei prossimi decenni la dirigenza americana dovrà provvedere a ridurre l’enorme deficit e a compensarne i relativi squilibri, in quanto dall’inizio del XXI secolo l’economia americana è il maggior debitore nei confronti del mondo intero e il presidente Georg W. Busch dal 2003 ha globalmente minato la credibilità americana nel mondo. Altrettanto non illudiamoci noi europei una guida dell’UE a causa dell’impossibilità a trattare è da escludere. D’altra parte il tentativo di migliorare il sistema economico, finanziario e dei cambi e una politica di collaborazione senza UE sarebbe destinata al fallimento.
 
Consiglierei pertanto di accettare la seguente proposta, la zona di libero scambio creata nel 1994 (NAFTA North-American free trade area) e la UE nata oltre 50 anni fa con la Ceca e poi con il MEC si fondino in una nuova ‘ zona di libero scambio transatlantica’. Ciò non avrebbe alcun influsso sugli squilibri commerciali dell’USA e non li cambierebbe; bensì in alcuni decenni farebbe transitare le politiche finanziarie, e più in generale gli interessi americani, per l’Europa. L’impossibilità contrattuale dell’Europa non è motivo sufficiente per non conseguire l’obiettivo di un Europa che non sia sottomessa all’USA.
 
Il tentativo, nell’interesse dell’Europa e dell’efficienza dell’economia mondiale a una cooperazione fra i governi delle maggiori economie mondiali, mi sembra una via promettente e piena di possibili risultati. Per fare ciò e necessario allargare il numero dei paesi partecipanti agli incontri al vertice dagli attuali otto a quindici governi partecipanti, e bisogna concentrarsi sui veri problemi attuali ed evitare la presenza sia di spettatori che di giornalisti. I due temi di estrema attualità per un simile vertice sono lo sbilanciamento delle bilance commerciali e dei pagamenti USA e la domanda come controllare e quali regole dare alla finanza globale. Potrebbe essere funzionale assegnare al FMI la creazione di un organismo transnazionale di controllo mondiale che assegni la supervisione e la regolamentazione di tutti i sistemi finanziari in tutte le sue varianti. Si potrebbe assegnare un simile incarico anche ad un’istituzione creata ad hoc che nomini una commissione per creare un simile istituto. Alla proposta di un migliore ordine dei mercati finanziari fin ora si sono opposti principalmente gli USA e l’Inghilterra. Il loro motivo è nell’egoismo nazionalista che vede in Londra e New York le due più importanti piazze finanziarie al mondo in cui confluiscono i maggiori utili mondiali mentre i rischi vengono distribuiti su tutto il globo. Soprattutto gli USA hanno il controllo dei due istituti mondiali il FMI e la banca mondiale che fra l’altro hanno sede a Washinton. Purtroppo resterà ancora predominio americano per un po’ di tempo.
 
Contemporaneamente si osserva che da anni l’economia americana cresce grazie al netto dei flussi finanziari nell’ordine del cinque sei percento del PIL americano. Per quanto tempo questo per altri paesi, insana condizione durerà non è dato dirlo, ma certamente dipenderà per quanto tempo molti cittadini di altre nazioni, fra cui italiani, tedeschi ed olandesi saranno disposti ad accordare fiducia convinti che i loro capitali siano più sicuri e redditizi in USA piuttosto che nel loro paese. Il crescente flusso di capitali ha l’effetto di aumentare l’indebitamento estero statunitense e un aumento del costo degli interessi. Fin quando i cittadini stranieri saranno disposti a tenere gli interessi, i dividendi e gli utili in dollari non è possibile prevedere la fine dell’alimentazione a senso unico dell’economia sociale americana. Anche il continuo e duraturo deprezzamento del dollaro non viene visto da Washinton come un pericolo, contemporaneamente si cerca di scaricare la colpa del pesante deficit della bilancia commerciale alla China.
 
Ma il mondo non ha capito nulla dalla crisi messicana, indonesiana, thailandese, malaesiana coreana e giapponese!!! Come per il traffico marittimo internazionale si sono imposte regole comuni e comuni norme di sicurezza, altrettanto per il traffico aereo così anche il traffico valutario e degli investimenti ha bisogno di regole universalmente riconosciute e rispettate. 
 
Vi ricordo che la quantità di beni e servizi prodotti dalle 248 nazioni del mondo corrisponde a 53-57.000 miliardi di dollari, la quantità di titoli derivati immessi sul mercato è di 700.000 miliardi di dollari. Insomma c’hanno fatto sedere su una montagna di carta e adesso ha preso fuoco. 12-13 anni dovrebbe lavorare tutto il mondo per sanare tale buco.

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