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Casa, casa, dolce casa

25.01.09


Il punto fondamentale della società umana consiste nello scambi di servizi.

Nessuno intraprende alcuna attività che ecceda la cura personale, se non ha la sicurezza che i beneficiari della sua attività offrano un servizio equivalente in un futuro più o meno distante.
Si tratta quindi di stabilire come misurare l’equivalenza e come garantire che il servizio verrà prestato.
La storia umana è largamente la storia dello sviluppo di questi due elementi.

Nelle società più primitive, entrambi venivano stabiliti dai legami e dagli obblighi sociali.
L’esempio più tipico è quello della costruzione della casa. Come descritto dall’antropologo Malinowski nel suo studio degli indigeni delle isole Trobriand, quando una coppia si sposava, doveva andare ad abitare nella propria casa, la cui costruzione era un’attività collettiva. Da tutta l’isola arrivavano volontari che si impegnavano per il periodo necessario alla costruzione. A questo punto, la coppia era legata da un vincolo di debito nel riguardi dei partecipanti, che durava per il resto della vita dei componenti. Ogni anno, dopo il raccolto, si faceva una festa, riservata ai partecipanti alla costruzione, che trovavano tante pile di tuberi, frutta o altri prodotti coltivati dalla coppia, e li prelevavano come ricompensa del loro lavoro.

A sua volta, la coppia partecipava alla costruzione delle case di altri membri della comunità, e partecipava alla distribuzione dei prodotti di altre coppie. In questo modo, tutti i membri della comunità erano avviluppati da vincoli reciproci di dare e avere, che ne legavano tutti i membri in modo indissolubile. Ovviamente, se qualcuno se ne andava non poteva più riscuotere i suoi crediti, e i nuovi arrivati non avevano alcun legame di debito-credito con gli altri abitanti e non potevano quindi mai far parte dello stesso gruppo sociale.
Le feste erano in realtà occasioni di continui litigi, in cui i partecipanti si accusavano reciprocamente di aver messo nella pila di prodotti quelli più scadenti, di non averne messo in quantitativo sufficiente, e si accusavano a vicenda di cercare di evitare i propri obblighi.

In un certo senso, grazie al denaro tutto questo è dietro di noi, in quanto il denaro ci rende "liberi", poiché ci permette di prestare un servizio in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, e di riceverne un altro ovunque e sempre, ma è allo stesso tempo assolutamente attuale, perché il cervello dell'uomo non è cambiato nei millenni.

Oggi i membri della collettività usano l’intermediazione delle banche e delle aziende per scambiarsi i servizi, ma esiste lo stesso sentimento di sospetto che gli altri non rendano un servizio dello stesso livello di quello che prestiamo noi.

Ancora oggi una gran parte delle nostre attività ruota intorno all’abitazione, la cui costruzione è un’impresa estremamente costosa, cioè impegna il servizio collettivo di una moltitudine di membri della società, e la maggior parte di noi è impegnata per una buona metà della nostra vita lavorativa a ripagare questo servizio.

Tuttavia, c’è una elevata percentuale della popolazione il cui reddito non è sufficiente a ripagare il costo della costruzione della casa in cui abita, ma che in ogni caso non può essere abbandonata a dormire per strada.

Questo problema è stato risolto in numerosi modi a seconda del Paese. In Gran Bretagna, interi quartieri per i poveri sono stati costruiti da ricchi filantropi nel 1800-1900. La stessa cosa è stata fatta dalle amministrazioni comunali britanniche tra l'inizio del 1900 e il secondo dopoguerra, per cui esse erano arrivate a possedere una larga parte delle proprietà immobiliari.

Questo ha varie conseguenze negative, sia per il bilancio statale che sociali.
L’affitto è molto basso per tener conto del basso livello di reddito degli occupanti, e quindi copre solo in minima parte il costo di costruzione e manutenzione dell'abitazione. Ciò significa che questo rappresenta un peso economico che grava sul bilancio dello stato, cioè sulle tasse che tutti i cittadini devono pagare, appesantito anche dal fatto che molti inquilini in ogni caso non pagano l'affitto.
In secondo luogo, esso crea una specifica mentalità di "deresponsabilizzazione" negli abitanti, che sono psicologicamente oltre che legalmente dipendenti dalle autorità. Per qualsiasi problema l’inquilino tende a ricorrere all’intervento di un ente, con conseguenti ritardi ed inefficienze e continue lamentele, e si abitua ad affidare ad altri la gestione della propria vita..
In terzo luogo, i milioni di abitazioni erano semplicemente troppi per essere gestiti. Molte case rimanevano abbandonate per decenni, tanto che c’erano molte più abitazioni vuote di quante fossero le persone negli elenchi di chi cercava casa, che però dovevano aspettare molti anni prima di vedersi assegnare un’abitazione.

Dall’altra parte dell’oceano, abbiamo avuto l'esempio di un approccio differente sin dal'inzio.
Basandosi sui principi del libero mercato, l'attività di costruzione delle abitazioni è sempre stata un'attività imprenditoriale privata, spesso con l’intermediazione delle banche per la concessione dei mutui. 
Esiste comunque lo stesso problema, cioè che tutti hanno bisogno di una casa, ma una buona percentuale delle persone non dispone di abbastanza reddito per acquistarla, particolarmente quando diventa "normale" abitare in case il cui standard superi quello di una capannuccia in legno o di una roulotte, in cui in effetti vive ancora buona parte della popolazione.
“No problem” fu la risposta delle autorità, che decisero di concedere i mutui bancari anche a persone di reddito bassissimo o incerto.
Sappiamo bene come è finita, e ora appare che la soluzione è ancora una volta “sociale”, cioè, lo stato si assumerà direttamente o indirettamente il costo degli alloggi dei non abbienti, e chi ne sopporterà il peso attraverso le tasse è il resto della popolazione.

Come sempre!

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