Collettivismo italiano e individualismo inglese
C’è una differenza sostanziale tra l’educazione collettivistica italiana, che ha l’effetto di produrre degli eserciti di cloni che indossano tutti gli stessi abiti di marca, gli stessi modelli di occhiali, gli stessi telefonini, ecc., e quanto avviene in Inghilterra, dove la cultura è essenzialmente individualistica, tesa ad abituare i cittadini ad esprimere liberamente la propria natura, ma con una grande tolleranza, direi l’incoraggiamento del «diverso», che puo’ fare veramente quello che vuole, purché non dia fastidio agli altri.
Qui la classe operaia è fiera della propria condizione. In Inghilterra, muratori, imbianchini, ecc. escono dal lavoro come sono vestiti e si possono vedere in giro tute blu, gente con bluejeans macchiati di vari colori ecc. Naturalmente gli stilisti sono abilissimi a catturare la «street fashion», per cui rilanciano questa moda e sono i «fighi» che acquistano a caro prezzo vestiti preconfezionati macchiati.
Alla tradizionale divisione in classi sociali, che negli anni settanta si esprimeva nella contrapposizione tra «elegantoni» e «rocker» si sono aggiunte moltissime altre divisioni: punk, gotici ecc. e ora l’immigrazione ha aggiunto altri motivi. Guardando le madri che portano i bambini alla scuola dove porto i miei, vedo che le indiane si riuniscono in gruppetti formati esclusivamente da indiane, le mussulmane con il burqa se ne stanno da un’altra parte tra di loro, le inglesi benvestite e truccate parlano solo ad altre inglesi benvestite e truccate. Tutte si salutano brevemente con un sorriso di cortesia puramente formale, ma alla fine le europee, respinte da tutti gli altri gruppi, finiscono per formare un gruppo in cui ci sono ungheresi, polacche, italiane, francesi, portoghesi ecc. La stessa cosa succede sul lavoro e nella scelta degli amici per le attività extralavorative, dove se nel gruppo ci sono degli inglesi è perché sono sposati a stranieri.
Le classi sociali superiori sono assenti dalla scuola statale, di cui sono tutti insoddisfattissimi a causa dell’appiattimento verso il basso provocato dal rifiuto della selezione meritocratica attuata dal governo Blair, e appena ne hanno la possibilità economica iscrivono i figli alle scuole private o religiose, molto più severe e dove studiano veramente.
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A proposito di cultura individualistica, ho letto recentemente varie ricette socio-politiche per rigenerare la nostra Universita'. Il limite naturale del ricettario pro Universita' deriva dai legislatori, politici, docenti, ricercatori, studenti e bidelli che siano. Sono tutti italiani! Pertanto sono tutti in varia misura condizionati dal provincialismo, tribalismo, mercantilismo, mammismo, ecc. che regolano sostanzialmente il nostro modus operandi. Cio' est riflesso in tutte le strutture dello Stato, Universita' inclusa, oltre che nei rapporti tra cittadini. Difficile immaginare che si voglia rinunciare allo scambio di favori dentro e fuori il potere decisionale per adottare valutazioni meritocratiche, verificabili da parte di referenti esterni ed indipendenti. Non fa parte del made in Italy ricorrere alla meritocrazia per assegnare posti e delineare carriere. Le masse vociferanti a favore della scuola sarebbero in gran parte avverse a giudizi asettici sulle credenziali effettive dei candidati a qualsiasi posto messo a concorso dallo Stato. Preferiamo generalmente gli accordi personali per evitare confronti sgradevoli da parte di una verifica effettiva. Questa ci arriva oggi, nostro malgrado, dal confronto inevitabile con il resto del pianeta accademico, dove noi occupiame collettivamente posizioni di fondo scala. Cio' non impensierisce i nostri dirigenti e gestori del potere, perche' contrariamente a cio' che avviene quasi ovunque e specialmente nel nel mondo anglofono, la retribuzione non dipende dal rendimento.
Smettiamola, caro Francesco, di gridare contro il malgoverno delle istituzioni, perche' riflette il nostro edonismo e le nostre tradizioni ataviche, con cui siamo a nostro agio e sappiamo barcamenarci. I nostri legislatori parlamentari sono rappresentativi delle nostre regole preferite. Berlusconi est prototipo della cultura dominante e non a caso. Siamo inevitabilmente destinati al rango socio-economico che ci spetta, ma non sara' questo a promuovere un nuovo rinascimento, bensi' il riscatto del nostro debito pubblico che ridimensionera' l'arroganza dei nostri governanti. la Giustizia est altra cosa!
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