Autore: Massimo Serventi
19.06.09
Giusto Francesco.
Ti mando qs mie considerazioni, dopo 27 anni di ...cooperazione. Sono anche io un medico bianco in terra d'Africa da 27 anni. In Uganda c'e' un grande esodo di medici, pagano me con stipendio che farebbe contenti almeno 3 medici specialisti ugandesi e li farebbe stare in casa loro. Li prendo i soldi e mantengo i figli a scuola.
La gente di qui ha piu' bisogno di cure che nei Paesi ricchi. O meglio, ha piu' bisogno di ESSERE MENO POVERA, la cura arriva tardi ma pur sempre e' richiesta e dovuta (sono pediatra, oggi abbiamo 300 bambini ricoverati in reparto). Vai a vedere un reparto di pediatria in ospedale italiano....vedrai tanti letti vuoti.
Ultima considerazione: per formare un medico l'Uganda ha speso NON pochi soldi. Costui ora se ne va: l'Uganda dovrebbe essere compensata dal Paese ricco per questa perdita, si sta formando qs pensiero. Ha una sua logica.
CONSIDERAZIONI SULLA COOPERAZIONE
“Si dice che la cooperazione debba avere come fine ultimo un cambiamento da parte dei locali: cambiamento di attitudine, di lavoro, di servizio, di gestione (management). L’invio di espatriati si giustifica per raggiungere questo obiettivo. A questo proposito è stata coniata l’espressione ‘capacity building’. È inteso quindi un passaggio di conoscenze e abilità da chi ne ha di più (gli espatriati appunto) a chi di meno(i locali)”
Scrivo alcune riflessioni che sto maturando da tempo. L’esperienza di lavoro in Sri Lanka (nota 1) con una delle tantissime ONG che ‘volevano' aiutare nel post-tsunami ha rinforzato un’opinione generale che avevo in pectore. Divento ogni giorno più convinto che l’approccio delle ONG in ambito di cooperazione sia sbagliato. ONG tutte, estere ed italiane, quella per cui lavoro oggi inclusa.
Credo che il sistema "intervento a progetto" sia da abbandonare o comunque da rivedere. Credo che i Paesi poveri necessitino di danaro e infrastrutture più che della presenza di espatriati e di ONG.
Voglio commentare i passaggi di un intervento a progetto.
L’ideazione e la stesura di un progetto
Non è vero (io in 25 anni di lavoro in Africa non l’ho mai visto tale) che un progetto venga concepito e scritto con la controparte locale. Affermarlo equivale a dire una bugia.
L’iter di progetto è un altro: la ONG viene a conoscenza che in un determinato settore o area geografica ci sono dei bisogni (anche logici... nel mare delle necessità di un Paese povero), si fa ‘sotto’ (spesso è già conosciuta dalle autorità locali per precedenti progetti) e promette di interessarsi. Deve cioè trovare il finanziatore. Il progetto sarà ideato e strutturato in Italia (non in Africa) con l’attenzione di adattarlo alle preferenze del finanziatore (oggi ‘tira’ molto la ‘lotta alla trasmissione HIV’ per la quale c’è una massa enorme di danaro a disposizione). Vengono raccolti un po’ di dati in loco, si organizza magari una visita di 2 giorni con colloqui e raccolta di notizie e si torna in Italia per ‘buttare giù il progetto’. La stesura di progetto impiega notevoli risorse di tempo, danaro e persone che lo sanno fare. Costoro sono ricercati dalle ONG come il pane e si capisce perché: da come è scritto un progetto (in un buon inglese, con le parole ‘di moda’, con la struttura richiesta) dipende la sua accettazione da parte del finanziatore. Ossia dipende la sopravvivenza della ONG che appunto sta in piedi se continua ad avere progetti approvati (il 7% dei budget è previsto che vada alla voce ‘amministrazione in Italia’).
Quando il progetto sarà pronto e felicemente approvato per il finanziamento esso verrà presentato alla controparte locale che immancabilmente lo accetterà, in tutte le attività previste. In altre parole la musica e la danza sono decise da chi ha i cordoni della borsa.
Non mi pare che fino a qui ci sia tanta differenza fra una ONG e una ditta che fa una diga e presenta la sua offerta-proposta di intervento.
I contenuti
Un progetto- tipo ha una vita di 2 o 3 anni. Rinnovabili, ma non sempre. Ce ne sono anche di 6 mesi(!).
Come sia possibile in un tempo così breve provocare un cambiamento non se lo chiede nessuno. Un progetto-tipo beneficia di un budget che spesso supera quello che ha la controparte per il normale espletamento di un servizio, della salute per esempio, in un determinato distretto (pur sempre non si omette mai di scrivere che il progetto è e sarà sostenibile....). Se oltre a quella ONG ce ne sono altre operanti nello stesso settore si capisce quanto disturbo il tutto recherà all’amministrazione locale. Il danaro che pro-viene dall’esterno provocherà non poche ripercussioni nel tessuto sociale del posto, tipo aumento del prezzo degli oggetti sul mercato locale (inflazione), appetiti e corruzione fra i leaders, fuga di quadri qualificati dalla struttura pubblica verso la ONG che paga meglio, disaffezione al lavoro di coloro che non hanno la fortuna di essere impiegati dalla ONG, disturbo e confusione recati all’amministrazione locale (spesso debole) che deve continuare a con-vivere con il budget di sempre e si trova a dirigere/controllare le attività di ONG straniere. Questo disagio si acuirà alla fine del progetto, quando fondi e mezzi improvvisamente non ci saranno più e si dovrà ritornare alla penuria di sempre. Sostenibilità è una parola chiave che però non trova riscontro nella realtà.
Chi poi ha lavorato per la ONG non si ri-adatterà più a lavorare nel settore pubblico del suo Paese, una perdita secca di risorse umane.
La Stesura del progetto.
Un progetto-tipo viene formulato secondo gli schemi classici: obiettivi, risultati attesi, attivita previste, risorse impiegate, monitoraggio e valutazione. Se non reca il quadro logico esso ha poche possibilità di successo, ossia di essere finanziato. Sulla carta tutto fila liscio, tutto sembra... logico. Nella realtà, gli obiettivi sono quasi sempre disattesi (come si può raggiungerli in soli 2/3 anni di presenza!?), i risultati attesi sono anche essi non raggiunti, le attività previste sono scelte e condotte dalla ONG e ben poco dalla controparte, le risorse impiegate sono sproporzionate al contesto di povertà generale del posto, il monitoraggio e valutazione ...sono semplicemente non eseguiti, oppure raffazzonati alla meglio per salvare la faccia presso il finanziatore (vita vissuta, di anni).
Trovo ben poco ‘logico’ questo modus operandis.
Gli espatriati
Nel corso del progetto gli espatriati spesso fanno dell’esecuzione delle attività in tutte le loro componenti l’obiettivo principale del loro operato, la giustificazione del loro esserci. Questo perché dalla sede in Italia arrivano calde raccomandazioni a seguire accuratamente le voci di progetto, a stare nel budget (assolutamente!) pena i rimproveri da parte del finanziatore e la possibile squalificazione per progetti futuri.
Non si riflette che altri sono i risultati a cui tendere, che lo sviluppo è un processo globale, in continua evoluzione, che deve passare attraverso un cambiamento endogeno e prevedere dunque risorse umane e materiali locali.(nota 2)
Progetto dunque che diventa un corpo estraneo, che ha un budget sproporzionato, che ha vita limitata: non stupisce che la controparte locale lo ‘subisce' e alla fine di esso tutto ritorna come prima (quanti ne ho visti!). Per poi lamentare il fatto che ‘via noi tutto si è guastato’.
Ammesso che servano e/o che servano tutti quelli inviati, lo stipendio degli espatriati, i loro benefici e condizioni di vita non c’entrano nulla con il ‘lavoriamo con l’Africa’. Non pochi missionari dicono che la dizione ‘lavoriamo grazie all’Africa’ sia più giusta. (Nota 3) La si giri come si vuole, che la vita in Europa costa cara, che si è lasciato un lavoro più remunerativo, che ciascuno è libero di aiutare l’Africa con il suo stipendio, che al ritorno si avranno difficoltà economiche e di lavoro.... il fatto resta, ossia che stipendi 15-20 volte superiori a quelli degli omologhi locali sono un vero paradosso se poi ci si vanta di essere ‘volontari’ o comunque di condividere la vita e il lavoro con i colleghi locali.
C’è differenza fra chi lavora per una ONG e chi lo fa per una ditta? Non mi pare e di certo tale differenza non è percepita dai locali (che tra l’altro ben conoscono l’ammontare degli stipendi dei ‘volontari’). ONG uguale ditta... potrebbe suonare provocatorio ma resta solo la dizione di ‘non-profit’ a distinguerle. La concorrenza che si fanno le ONG è cosa nota, ci si confronta sul numero dei progetti approvati in corso e/o sul budget annuale complessivo.
Non-profit.... pur sempre una ONG impiega personale in Italia (un buon impiego, sicuro) trova lavoro all’estero a giovani disoccupati (vero!), fa ‘profit’ attraverso continui finanziamenti e donazioni da privati che mantengono tutti al caldo. Ho conoscenza di progetti dove il 60% del budget era per la voce ‘stipendio agli espatriati’, uno di essi ero io. Ci si aggiungano i costi delle assicurazioni, dei viaggi AR, delle missioni di valutazione, delle case e uffici in loco, della gestione in Italia e si arriva ad oltre il 75% del budget totale, soldi di cui i poveri, che si dice di voler aiutare, neppure vedono il colore.(nota 4)
Le alternative
Fossi un leader africano accetterei solo espatriati pagati dalla (mia) struttura pubblica. Alla pari quindi degli omologhi locali.(nota 5) Li impiegherei laddove ho dei buchi, delle necessità di copertura di un servizio. Se nessuno verrà a queste condizioni saprò trovare alternative in loco, in altri Paesi africani per esempio.
Fossi un leader locale e avessi bisogno di un intervento dall’esterno in una determinata area o settore impiegherei ONG (Internazionali ma anche locali) per attività, piani di azione, programmi che i miei esperti hanno individuato e quindi pianificato. Impiegherei una ONG come farei con una ditta che (mi) fa strade. Essa dovrà agire nel pieno rispetto delle condizioni da me poste, con penali in caso di non aderenza.
Darei la priorità a ONG locali, quelle valide, di provata fiducia. Ho conosciuto alcune di queste ONG locali: l’impatto è più incisivo di quello delle ONG straniere.(nota 6) Conoscere la cultura locale, la storia, le dinamiche socio-politiche, essere neri fra i neri, conoscere il contesto ha indubbiamente un valore aggiunto.
Fossi un leader locale cercherei di centralizzare e standardizzare i programmi, gli interventi globali. Per esempio mi prenderei in carico il programma di lotta all’AIDS, e non lo lascerei in mano alla gestione di una miriade di ONG straniere.(nota 7) Allo stesso modo come avviene da anni per il programma di vaccinazioni che è, sì, finanziato dall’esterno, ma gestito interamente dalla struttura locale.
Fossi un leader africano cercherei di creare delle scuole locali per manager di settore. Chiederei ai donors di aiutarmi in tal senso. Scuole con docenti locali, incentivati, che conoscono le molteplici realtà e dinamiche sociali del loro Paese, che sanno essere innovativi e introdurre strumenti di management più adeguati al contesto, senza dover sempre e comunque seguire i dettami della intellighentia internazionale, come è avvenuto fino ad oggi.
Fossi una ONG italiana farei una pausa (lunga) di riflessione. Cercherei di leggere i tempi che sono mutati. Oggi i Paesi poveri hanno formato quadri professionali adeguati a condurre in porto progetti e/o interventi: diventa un paradosso inviare medici, ingegneri, agronomi espatriati laddove medici, ingegneri, agronomi locali emigrano in altri Paesi (spesso i nostri!) in cerca di salari migliori.
Cercherei di capire e convincermi che lo sviluppo parte e si autoalimenta all’interno delle coscienze locali, si manterrà nel tempo solo se la struttura e amministrazione del posto saranno intervenute attivamente.
Terrei presente che gli africani hanno ancora nel sangue il ricordo del periodo coloniale, quando furono forzati a perseguire il loro sviluppo. Via, si aprano gli occhi e si abbia l’onestà di ammetterlo, ci accettano in casa loro in quanto portatori di beni, danaro e mezzi che lasceremo alla nostra partenza. In 25 anni posso dire di aver conosciuto solo 2-3 espatriati che furono accettati come veri portatori di valore e beneficio intrinseci aggiunti, uno di essi purtroppo non sono io.
Fossi una ONG italiana o un gruppo di appoggio mi impegnerei a favore dei migranti che vivono e lavorano nel mio Paese. Mi convincerei che essi sono i primi e veri promotori del progresso in casa loro, grazie alle rimesse che aiutano le loro famiglie e che smuovono l’economia nei loro luoghi di origine. Saprei ‘sentire’ le loro difficoltà, apprezzare i loro sacrifici e li difenderei da ingiustizie nei rapporti di lavoro e di vita in mezzo a noi.
Fossi un ente finanziatore cercherei di essere veramente dalla parte dei Paesi poveri, con onestà intellettuale. Richiederei certo di osservare le regole di buona governance e lotta alla corruzione. Ascolterei però le richieste dei Paesi Poveri e cercherei di fidarmi. Sarei conscio che i Paesi poveri necessitano di ottenere scambi commerciali (più) equi, di promuovere la produzione agricola interna, insomma più giustizia e meno aiuto.
Mi orienterei anche a sostenere le ONG e i quadri locali invece di inviare e pagare espatriati e ONG straniere. Se proprio di ‘espatriati’ ne voglio usufruire cercherei di impiegare professionisti di altri Paesi africani, che porterebbero in aggiunta l’esperienza accumulata nei loro Paesi di origine, gran bella cosa.(nota 8)
Fossi un donatore privato ‘investirei’ i miei soldi nell’istruzione (lo faccio!), quella fatta da maestri africani per bambini africani. L’istruzione è alla base di tutto, viene prima ancora della salute (...e sono medico). Istruzione significa partecipazione, parità di genere, salute, giustizia sociale, libertà. Istruzione significa cambiamento, endogeno, duraturo. Una donna istruita avrà una famiglia più sana, meno numerosa, più... istruita a sua volta. L’Africa ha un potenziale enorme di giovani che vogliono studiare: la loro famiglie si impegnano per aiutarli. Purtroppo le condizioni di povertà spesso non lo permette, e questo rappresenta un’enorme perdita di risorse locali. Ci sono infinite possibilità di aiuto nell’istruzione, stranamente pochissime ONG se ne occupano. Forse non trovano spazi per fare progetti ad hoc o forse non ci sono finanziatori in tal senso.
Conclusione
L’approccio delle ONG e delle Agenzie Internazionali, incluse le varie Cooperazioni annesse alle Ambasciate, pecca di eurocentrismo. Noi li sviluppiamo... in modo più ‘umano’ del tempo coloniale, pur sempre la danza la conduciamo noi. Ciò sembra inevitabile essendo l’uomo portato a considerare inferiore colui che chiede un aiuto. O che è comunque povero. La stesura dei progetti, la scelta delle azioni, il modus operandi delle ONG sono modellati su paradigmi teoricizzati nel/dal mondo ricco, nelle scuole di Public Health europee.
Fra i teorici ci sono tanti che hanno ‘visto e vissuto’ l’Africa in sporadiche occasioni o al massimo ci hanno lavorato per pochi mesi e... anni orsono (molti conducono una carriera dorata nelle agenzie ONU di cui è pieno il mondo). Nessuno di essi e nessuno degli espatriati di una ONG o Agenzia Internazionale ha mai lavorato in vita sua nelle condizioni di mancanza di mezzi e danaro come è invece la norma di un contesto africano. Un distretto, un ospedale, un dispensario sopravvivono con continue difficoltà e aggiustamenti, inclusa la disaffezione del personale sottopagato, i furti inevitabili, le mancate forniture dal centro, la corruzione. Sono a parer mio tutte conseguenze della povertà estrema, condizione che come ho scritto non appartiene alla vita degli espatriati ed esperti sopra menzionati. In questo contesto resta per me un paradosso (lo è tanto!) la pretesa di andare in Africa e fare della ‘capacity building’. È un po’ come se un cittadino benestante volesse insegnare ad un montanaro come vivere isolati, utilizzando i prodotti della natura e ...senza supermercato. Oppure come insegnare ad un etiope a correre lunghe distanze.... per di più scalzi.
Introdurre in un contesto di povertà soldi e mezzi a iosa come avviene nei progetti significa ingenerare il concetto che la buona gestione sia possibile solo se ci sono fondi e tanti (‘ci' piace invece insegnare ai locali che così non deve essere!).
Massimo Serventi
Uganda 2008
Nota 1) Sri Lanka con Cuba mostra da anni i migliori livelli di salute nel mondo in rapporto al PIL dello Stato, grazie a scelte coraggiose e lungimiranti che il Paese stesso ha fatto, senza l’intervento di ‘esperti’ esterni. I servizi di istruzione e sanità sono completamente gratuiti, da sempre. Eppure le ONG e Agenzie Internazionali che hanno "invaso" il Paese nel post tsunami mantengono progetti e interventi ancora oggi, anche nel settore salute. Sarà così fino a quando i finanziatori elargiranno fondi. Vero, molte ONG si stanno ora spostando in Sud Sudan dove la massa di danaro sta appunto dirigendosi. L’Afghanistan è da anni un altro eldorado per le ONG.
Nota 2) Sarebbero preferibili parole di apprezzamento per i colleghi e i leaders locali alle critiche, reprimenda, accuse che ancora continuo a sentire fra i colleghi espatriati. Credo che in parte ciò sia dovuto a quella che chiamo ansia di progetto, incrementata dalla sede in Italia a sua volta ansiosa di mandare progress reports positivi al finanziatore. In generale facendo attenzione sempre e solo al (buon) sviluppo del progetto si arriva a disinteressarsi della gestione locale, e a volte anche la si calpesta perché ritenuta di impedimento al raggiungimento degli obiettivi previsti nel progetto.
Nota 3) In 25 anni di cooperazione ho mantenuto (bene) la mia famiglia e ho 2 case in Tanzania. Posso ringraziare le ONG che mi hanno assunto e ...l’Africa che è stata e continua ad essere nel bisogno (sic) della mia presenza.
Nota 4) Si accusano le agenzie internazionali come l’UNICEF di spendere un’alta percentuale del budget in spese amministrative ma si dovrebbe guardare anche in casa nostra. Come l’UNICEF si è capaci di stimolare le donazioni di tanti attraverso brochures che mostrano bimbi malnutriti o persone affette da AIDS.
Nota 5) La ONG inglese VSO invia studenti laureati di madre lingua a lavorare nelle scuole africane dove sapere l’inglese è assai importante. Sono pagati alla pari dei colleghi locali, fanno un servizio di 2 anni, rinnovabili. Non hanno progetti con sè, rispondono a delle esigenze locali. I loro obiettivi sono quelli della scuola (e del Paese) dove lavorano, ossia migliorare la padronanza della lingua inglese nelle scuole.
Nota 6) Si indulge nel dire che le ONG locali non sono affidabili. Può essere e lo saranno fintanto che saranno emarginate e tagliate fuori dai canali di finanziamento di cui godono le ONG internazionali. Sono convinto che se i leaders di ONG locali percepissero lo stesso stipendio degli espatriati di ONG, essi farebbero un buon lavoro, non ruberebbero e manterrebbero efficiente e vitale la loro ONG.
Nota 7) Sto assistendo al proliferare di ONG internazionali (e locali) che si dedicano alla lotta contro HIV/AIDS. Ognuno con progetti, modalità e filosofie di intervento propri. Mi riferisco a quelle ONG che sono contrarie alla promozione del preservativo, a quelle che prevedono aiuto di cibo ai malati di AIDS, a quelle che addirittura negano l’efficacia dei farmaci antiretrovirali.
Operano in casa d’altri ma si sentono legittimate a farlo senza ottemperare alle linee guida della Nazione che li ospita. Linee guida che ci sono, chiare, ben formulate.
Nota 8) Credo che noi bianchi portiamo nei nostri recessi mentali la convinzione di essere più competenti, efficienti, preparati dei colleghi locali. Ci deriva da anni di colonialismo dei nostri padri e dal fatto di essere enormemente più ricchi. I tempi sono cambiati, sempre più personale qualificato locale chiede di lavorare e saprebbe farlo bene. Chi è abituato da sempre a con-vivere nella penuria di mezzi e di vita ha anche maturato capacità aggiuntive e certamente avrebbe da insegnare a noi come ‘nuotare in acque difficilì.
Altre considerazioni.
Quello che ho scritto l'ho fatto con onestà intellettuale e con il desiderio di vedere le ONG (organizzazioni non governative) fare una RIFLESSIONE importante (cosa che invece credo non faranno, assatanate come sono a trovare nuovi donors, a scrivere quindi nuovi progetti da presentare per il finanziamento, per tirare avanti in qs tempi di magra).
Le ONG per sopravvivere DEVONO adeguarsi ai grandi donors (che sono il MAE, UE, ECHO, IFAD, FAO ecc). I donors CHIEDONO di intervenire con progetti, che hanno un inizio e una fine, che hanno indicatori con i quali misurare tutto il percorso, fino alla valutazione finale. Un procedere scientifico, da libro, che però non si attua poi nella realtà, non si confà al contesto dove si opera, provoca scombussolamenti nell'area.
Non funziona insomma, per tanti motivi, il principale è appunto insito nel paradigma di intervento a progetto.
Mi hanno appena chiesto di andare tre mesi in Afghanistan (tre mesi? che faccio in TRE mesi? neppure disfo le valigie...). Il mio collega sarà un infermiere (italiano, magari con nessuna esperienza di paesi poveri....) che dovrà fare dell'educazione sanitaria. Non era meglio un afgano che parlasse la lingua degli afgani? e non c'è un pediatra afgano (o pakistano, o uzbeko) che possa fare il mio lavoro? Ci daranno soldi, ne ho bisogno, ci andrò....forse.
Ecco, anche qui sta il punto: noi che lavoriamo nelle ong abbiamo lasciato il mondo italiano, possiamo e sappiamo vivere e lavorare solo fuori d'Italia. Non ci conviene 'sputare' sulle ong che ci danno da vivere, tutti zitti, avanti cosi'. E scrivo delle ONG....ma coloro che lavorano nelle Unità Tecniche delle Ambasciate (li chiamano, si chiamano 'esperti'!) si prendono almeno tre volte i soldi di quello che prendiamo noi nelle ONG. E che dire delle Agenzie ONU? funzionari Unicef, WHO, Fao, IFAD,UNDP che si fanno carriere dorate e che troverai sempre concentrati nelle città, seduti ai ristoranti possibilmente a sparlare dei locali, della cattiva amministrazione locale ecc ecc.
Quanto meno ci sono ONG (italiane ed estere) estremamente frugali, che appunto impiegano veri volontari. Validi, convinti, onesti.
Non condivido quello che dice la Lega a proposito dei Paesi Poveri. Tosi, di Verona lo ha detto, lo dicono tutti (incluso mio fratello leghista).
“I paesi poveri sono governati da leaders corrotti e rubacchioni, ergo aiutarli significa mantenere questi leaders.”
Beh, è vero! ma non è il SOLO vero! non condivido questo giudizio in termini assoluti, o bianco o nero. C'è il grigio, ci sono Paesi ben governati, leaders seri (più che in passato). Paesi che MERITANO di essere aiutati (e infatti il loro operato è BEN monitorato dai donors, che se non vengono rispettate alcune condizioni non sborsano soldi).
E poi, Nyerere diceva che ''se vuoi aiutare un povero aiutalo a far studiare i suoi figli''. Ecco, se ci impegnassimo tutti a far crescere l'istruzione della gente in Africa, ad aiutare tanti giovani che vogliono studiare(!!) si formerà piano piano una massa di società civile che appunto saprà controllare i loro leaders, saprà essere critica e non sempre chinare la testa e accettare ogni regime(come succede ora).
Ti lascio con un pensiero.
Alla fine dell'800 fu smantellata la schiavitù. Resisteva da secoli! Ci vollero enormi sforzi, persone che seppero combatterla anche pagando in proprio. C'erano di certo tanti, anche intellettuali ed esseri pensanti che giustificavano la schiavitù, la trovavano come dire 'logica’. Continuarono per secoli a difenderla.
Dopo alcuni anni si arrivò alle colonie. Si trovava 'logico’ andare in terra d'altri, diventarne padroni. Lo facevano tutti.... perché noi no?
Ora, oggi, si guarda alla schiavitù con orrore, ci si chiede: come fu possibile tanta barbarie. Uno scandalo, un buco nero nella civiltà umana.
Ora, oggi, si guarda al colonialismo con altrettanto orrore e sconcerto: come fu possibile dominare altre popolazioni (povere e indifese!!) per anni? Uno scandalo ci appare, vero?
Ecco, finisco.
Oggi c'è un nuovo scandalo, ed è la POVERTÀ assoluta di tanti nostri fratelli (fratelli, esseri umani, non animali, non 'altri da noi'). Questo è lo scandalo di oggi. E anche oggi c'è gente che non viene sfiorata da questo fatto storico, lo trova 'normale', inevitabile (come appunto c'era gente che trovava normale e logiche la schiavitù e le colonie).
Sono ottimista di natura: un giorno i nostri nipoti e pronipoti miglioreranno le cose, la povertà (quella grave almeno) sarà debellata. Guarderanno al nostro tempo e diranno: i nostri padri e nonni NON hanno fatto nulla per cambiare le cose.
Questo è un po' semplicistico e forse poetico.... ma le cose stanno cosi'. Da che parte scegliamo di stare, oggi!
Dire: non ti aiuto perché devi prima liberarti del tuo leader è un modo diretto e vile per dire 'non ti aiuto, punto!’
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