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Crisi, la Cina bacchetta gli UsaE' in un'atmosfera nuova che si è aperto a Pechino il vertice economico bilaterale Cina-Usa. Il cosiddetto "Strategic Economic Dialogue", che si riunisce per la quinta volta a livello intergovernativo, di solito era un forum dove gli americani impartivano lezioni ai cinesi: chiedendo la rivalutazione del renminbi, il rispetto del copyright, la lotta alla contraffazione, e altri provvedimenti per ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti. Oggi invece il summit si è aperto con un pressante invito dei cinesi agli americani perché mettano ordine in casa propria e accelerino i rimedi alla crisi mondiale che hanno generato.
Il vicepremier cinese Wang Qishan ha dichiarato: "Ci auguriamo che gli Stati Uniti adottino tutte le misure necessarie per stabilizzare la loro economia e i mercati finanziari con la massima rapidità, per assicurare la sicurezza degli investimenti cinesi e nell'interesse degli Stati Uniti". Quel riferimento alla "sicurezza degli investimenti cinesi" è significativo. E' la prima volta che un leader cinese di quel rango evoca così esplicitamente il fatto che la Repubblica Popolare è diventata un grosso azionista della "America S.p.A." (attraverso gli importanti investimenti compiuti dalle sue società private e pubbliche, nonché dal fondo sovrano) e vuole vedere riconosciuti i propri interessi. Non è una coincidenza se a poche ore di distanza il presidente del fondo sovrano cinese ha annunciato uno stop ai propri investimenti in istituzioni finanziarie occidentali. Lou Jiwei, presidente e chief executive della China Investment Corporation (il fondo sovrano alimentato dalle riserve della banca centrale e controllato dal governo di Pechino), non ha nascosto la sua irritazione per le pesanti perdite subìte in seguito all'acquisto di importanti partecipazioni nella banca americana Morgan Stanley, nella britannica Barclays, nonché nella società di private equity Blackstone Group. "In questa fase - ha detto Lou Jiwei - non ci fidiamo a investire in istituzioni finanziarie (occidentali) perché non sappiamo quali problemi possano avere". E' una dichiarazione di sfiducia insolitamente brutale, vista la tradizionale cautela diplomatica dei leader cinesi. Si conferma così che d'ora in avanti la priorità per la China Investment Corp. è investire in società cinesi, a cominciare dalle banche, per ricapitalizzarle e proteggerle dalla crisi. Proprio in questi giorni il fondo sovrano ha aumentato le proprie quote nelle tre maggiori banche cinesi: Industrial & Commercial Bank of China, Bank of China, China Construction Bank. E così sfuma definitivamente la speranza - nutrita per la verità solo in alcuni ambienti occidentali - che la Cina possa trasformarsi in una sorta di "cavaliere bianco globale", usando le sue colossali riserve valutarie (2.000 miliardi di dollari) per nuovi salvataggi di banche occidentali. Insieme con lo choc per l'attacco terroristico a Mumbai, e le conseguenti tensioni diplomatiche con il Pakistan, nuove nubi si addensano sull'India per gli effetti della recessione mondiale. Nell'ultimo trimestre la crescita dell'economia indiana è scesa al livello più basso dal 2004. Da luglio a settembre il Pil indiano è aumentato solo del 7,6% (su base annua) contro il 7,9% del trimestre precedente. Tra i settori in difficoltà c'è quello che negli anni precedenti era stato la punta di lancia del boom indiano: il software informatico. La Infosys ha dovuto ridurre le sue previsioni di crescita del fatturato nel 2008 abbassandole dal 20% al 15%. Negli anni precedenti la Infosys era abituata a vedere crescere il suo fatturato a ritmi del 30% annuo. Infosys è uno dei leader mondiali nei servizi informatici ma due terzi del suo business viene da clienti Usa che ora sono in difficoltà. Tra i principali gruppi che hanno affidato il loro la loro informatica in outsourcing a Infosys ci sono due grandi banche americane come Citigroup e Bank of America, oggi nell'occhio del ciclone. Commenta |
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