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Le disuguaglianze tra gli uomini e i modelli sociali delle microstrutture-macrostrutture

Ritorniamo al discorso che abbiamo iniziato nella favola della Cicala e la Formica. Quello della differenza di ricchezza e della disuguaglianza sociale.

Abbiamo visto che un'alta percentuale di persone pensa che ci sia troppa differenza di guadagni, senza che venga definito cosa significhi troppo e quanto dovrebbe essere il giusto rapporto tra livello minimo di vita e livello massimo.

Non viene nemmeno definito quale sia la vera origine della differenza di livello di vita, a parte l'aspetto paradossale che la Cicala canti e la Formica lavori.

Quella che dobbiamo esaminare in modo di spassionato è l'organizzazione globale della società umana.

PRIMA CONSIDERAZIONE

Prendiamo una società formata da una miriade di microunità produttive, formate dai fondatori delle aziende e qualche decina di operai ciascuna.


 

Il livello di vita dell’imprenditore di ogni azienda sarà determinato dal totale di quanto ci guadagna su ogni operaio (la differenza tra tutte le spese riferite all'unità lavorativa e il prezzo di vendita del prodotto).

Sia le spese che il prezzo di vendita sono determinati dal mercato, per cui succede spesso che il guadagno riferito all'untà lavorativa sia minimo e il suo guadagno complessivo sarà solo di poco superiore a quello dei suoi operai.

Ora supponiamo che le aziende si ingrandiscano fino ad avere alcune centinaia di operai. I fondatori non potranno gestirli tutti direttamente, ma dovranno raggrupparli in reparti operativi di qualche decina di operai, ognuno dei quali sarà diretto da un capo reparto.

In questa situazione il guadagno totale che l'imprenditore ricaverà dagli operai dovrà essere utilizzato per pagare sia sé stesso che i caporeparti.

Poiché il numero di operai è aumentato, il guadagno totale che ne ricava sarà superiore, ma verrà distribuito su due livelli, quello del dirigente e quello dell'imprenditore.

Se l'azienda cresce ancora maggiormente fino ad avere parecchie migliaia di dipendenti, vediamo che occorreranno non solo un raggruppamento in reparti produttivi, ma anche ulteriori raggruppamenti di unità gestionali, ognuna delle quali dovrà avere una propria ulteriore gerarchia dirigenziale per coordinare la produzione. Quindi la struttura aziendale crescerà sia in larghezza, con un sempre crescente ricavato complessivo dagli operai, che in altezza, con rimunerazioni via via più crescenti man mano che si sale nella gerarchia.

 

Quindi possiamo enunciare la seguente regola generale: tanto maggiori sono le dimensioni dell'azienda tanto più strati intermedi ci devono essere per gestirla e tanto maggiore sarà la differenza tra i guadagni dei livelli superiori e quelli del livello di base.

Prendiamo il grafico della distribuzione normale gaussiana, e lo utilizziamo assumendo che descriva la variabilità delle capacità umane. Il modo in cui è presentato normalmente non rende chiaramente l'idea di come ciò determini l'essenza dei rapporti economici e altri tra gli individui. Perciò lo ruotiamo di 90° e ne consideriamo la parte superiore.

A questo punto mettendo accanto i due grafici ci rendiamo conto di quali siano le ragioni dell'esistenza della struttura sociale gerarchica di ogni società umana.

 

 

Tanto più aumenta la complessità delle organizzazioni, tanto più occorrerà gente di capacità superiore per gestirle. Ma secondo la distribuzione gaussiana il numero di individui di capacità superiore si riduce rapidamente al vertice, per cui secondo le leggi del mercato essi saranno in grado di farsi pagare stipendi sempre più elevati tanto più in alto è la loro posizione.

Non solo, meditando sul significato reale del grafico, ci rendiamo conto che quando le dimensioni dell'azienda o di una qualsiasi struttura aumentano al di là di un certo limite, le capacità richieste dai dirigenti al vertice sono semplicemente introvabili, perché non rientrano nella gamma della popolazione umana. Il QI normale viene considerato 100 e le persone con QI 120 sono già eccezionali, quelli con livello QI 150 sono rarissime. Per cui, se la struttura è tanto stratificata che al vertice occorrerebbero degli individui di QI pari a 180 o magari 250, questi semplicemente non esistono e la struttura dovrà necessariamente funzionare molto male. Non c’è quindi da stupirsi che molti si lamentino che i dirigenti aziendali sono degli incapaci. Questo è inevitabile per le strutture troppo complesse.

Le difficoltà di gestione delle organizzazioni aumentano con le loro dimensioni, e quando viene superato un certo livello di complessità non esistono individui sufficientemente capaci per mantenerle in funzione in modo ottimale.

Abbiamo quindi di fronte la scelta tra una società formata da numerosissime aziende piccole-medie, gestibili da individui di intelligenza normale o medio-superiore, e una formata da macroaziende che richiedono individui di QI altissimo che sono semplicemente introvabili.

I sostenitori dell’organizzazione in macrostrutture di solito enunciano come elemento a suo favore il fatto che vi verrebbero attuati risparmi dovuti alla razionalizzazione della produzione e all'eliminazione delle duplicazioni.

Questo vantaggio è una pura illusione.
Supponiamo di avere un grande territorio su cui sono distribuite uniformemente centinaia di industrie. Esse saranno in grado di soddisfare i bisogni del territorio immediatamente circostante con una minima percorrenza dei mezzi da trasporto e  avranno nel loro insieme una grande capacità di rapidità di risposta ed adeguamento alle variazioni delle domande del mercato. Inoltre, quando il fondatore si vuole ritirare dall’azienda e lasciarne la proprietà ai suoi discendenti, c’è un’altissima probabilità che questi abbiano ereditato le sue capacità dirigenziali medio-superiori e che siano in grado di continuare l’attività. Se non è il caso, l’azienda andrà rapidamente in fallimento, ma con poche conseguenze per l'economia del Paese perché essa è una tra le tante e verrà rapidamente sostituita da nuove entranti sul mercato.
Se invece esiste una sola macroazienda, in qualsiasi punto del territorio si trovi, la distribuzione dei prodotti richiederà lunghissime percorrenze di automezzi con conseguente consumo di carburante ed enorme difficoltà sia di coordinazione della distribuzione che di prontezza di risposta alle esigenze dei clienti.
La crescita di un’azienda fino ad arrivare a dimensioni nazionali o mondiali è determina da un’elevatissima capacità del fondatore di individuare le esigenze del mercato, ma anche e soprattutto dalla sua capacità di circondarsi di collaboratori che abbiano delle capacità al suo livello, se non addirittura superiori. Alla sua scomparsa, c’è un'alta probabilità che i suoi discendenti non abbiano ereditato le sue altissime capacità dirigenziali, né il suo fiuto nello scegliersi dei collaboratori, per cui si creerà intorno al nuovo proprietario una corte di sicofanti e tirapiedi di scarse capacità.
Le grandi organizzazioni sono caratterizzate dall’istaurarsi di una “cultura societaria aziendale” che ne assicura la sopravvivenza per inerzia e le proteggono dalle fluttuazioni momentanee, ma alla lunga, ne rallentano la capacità di adeguarsi rapidamente alle esigenze del mercato. Quando manca un responsabile superiore che abbia quel “colpo d’ala del genio” che gli permette di elevarsi al di sopra dell’ordinaria amministrazione, qualsiasi crisi sufficientemente estesa porterà al tracollo totale dell’azienda con conseguenze disastrose per l’intero Paese.

Non solo, ma il risparmio ottenuto dalla razionalizzazione della produzione viene più che annullato dal fatto che gli operai della base produttiva dovranno mantenere non solo l'imprenditore che ha creato l'azienda, ma anche tutti gli strati dirigenziali intermedi, che passano gran parte del loro tempo in riunioni di coordinamento per evitare di prendere decisioni contrastanti. Ad un certo livello di complessità è impossibile trovare dei livelli dirigenziali in grado di avere la visione d'assieme necessaria per questo coordinamento, quale che sia lo stipendio che gli viene pagato.

La scelta tra i due modelli di organizzazione delle unità produttive, quella fondata su una miriade di microaziende o quella formata da poche macroaziende è una scelta politica. Ci sono partiti che sono ideologicamente favorevoli ad una o l'altra soluzione, e ci sono teorici che ne propugnano i vantaggi, e ci sono anche "mode del momento" che le varie élites intellettuali ed economiche appoggiano per sentirsi all’ultima moda.
In ultima analisi, dovrebbero essere i cittadini del paese ad essere chiamati a decidere come elettori. Tuttavia, sull'onda di queste mode sono stati presi provvedimenti legislativi che hanno dichiaratamente favorito la formazione di macroaziende senza che i cittadini fossero informati chiamamente delle loro conseguenze e potessero opporvisi.

Perché allora questa preferenza di certi partiti politici per il gigantismo aziendale? Secondo me è legata direttamente ad una struttura politica fortemente centralizza, che privilegia il rapporto diretto tra i vertici politici e i vertici aziendali, con scambi di favori e supporto reciproci che rendono lo scambio di appoggio legislativo a fronte di contributi finanziari una parte imprescindibile della struttura di potere.
Una preferenza per le industrie piccolo-medie presuppone una struttura politica radicata nel territorio, in cui è il cittadino comune l’elemento determinante delle scelte legislative. È quindi una questione di partecipazione il più diffusa possibile dei cittadini alla gestione del loro territorio, che è differente per ogni regione in conseguenza della sua storia e della sua cultura di base.

SECONDA CONSIDERAZIONE

Sembra esistere una relazione diretta tra il livello di capacità e il livello dei guadagni individuali, che seguono con una certa precisione la distribuzione della curva gaussiana; conseguentemente le differenze di livello di vita tra gli esseri umani apparirebbero come inevitabili.

Questo dà spazio a movimenti politici che si oppongono a questa “legge della giungla” naturale, e propongono invece teorie egualitarie secondo le quali, quale che sia la funzione dell’individuo all'interno della società, ci deve essere un livellamento “volitivo” della ricchezza dei membri della società.

Per quanto queste teorie possono sembrare attraenti, sono fuorvianti, in quanto sono basate su un fraintendimento della funzione del denaro.

Il denaro è la misura dello scambio dei servizi tra gli esseri umani, ma questo scambio può essere attuato anche in altri modi, che non contemplino l'aspetto quantitativo del denaro, ma siano basati sul privilegio.

Come sempre dobbiamo tralasciare per un momento le teorie e rifarci agli esempi pratici che ci vengono forniti dallo studio della storia.

Guardiamo cosa è successo nei paesi del comunismo reale. Sappiamo benissimo che, nonostante le promesse fatte per guadagnarsi l'appoggio delle masse ed utilizzarle per la presa del potere, non c’è mai stata una equalizzazione completa degli stipendi, ma questo non è il punto: anche presumendo che tutti prendessero lo stesso stipendio, diciamo $£1000 al mese, a partire dagli operai con le mansioni più umili fino ai massimi dirigenti, questo non significa che ciò bastasse per livellare le condizioni di vita. Anche con stipendi simili, gli operai venivano ammassati in appartamenti in cui convivevano dieci famiglie in dieci stanze. Funzionari intermedi vivevano in appartamenti individuali, mentre i livelli superiori vivevano in palazzine individuali e i livelli superiori dell'amministrazione statale avevano ville al mare, in montagna, in campagna, ecc. vacanze gratuite, negozi riservati in cui trovavano un’abbondanza di prodotti sconosciuti ai lavoratori, pur pagando gli stessi prezzi!!

In realtà, anche in una società comunista valgono le stesse regole riguardanti le strutture complesse. Anzi, l’eliminazione della microimpresa e l’organizzazione in strutture gigantesche, conseguenza della stessa concezione anti-individualistica del collettivismo, hanno reso inevitabili sia le differenze di livello di vita ancora più grandi che nel sistema liberale-mercantilistico che l'inefficienza, la rigidità e lo sfasamento della produzione rispetto alle esigenze dei cittadini che ha contraddistinto tutti i paesi lanciatisi in questo esperimento sociale.

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