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Un confronto tra il capitalismo tradizionale e il capitalismo moderno

Di fronte alla situazione di crisi odierna si sente spesso l’affermazione che si tratta della fine del capitalismo.

Bisogna vedere cosa si intenda per capitalismo.

Esaminiamo il modello “antico" di sviluppo capitalistico prendendo un esempio pratico dei nostri giorni.

Come si creano le aziende?
Prendiamo ad esempio un rappresentante di elettrodomestici, che dispone di un’ampia rete di contatti di vendita, fa i suoi conti e si rende conto che un certo prodotto, per es. un tostapane, ha un prezzo tale che se lui compera i componenti per conto proprio, li monta in cantina, e li distribuisce, può offrirli a un prezzo tale da battere la concorrenza e farci un buon guadagno.
Comincia a vendere, poi allarga la sua rete, aggiunge nuove linee, poi la cantina di casa non basta più, prende un capannone, impiega la moglie, i figli, i cugini, gli amici, poi i conoscenti.
Il ricorso alle banche è molto limitato, comincia investendo i propri risparmi comprando pochi componenti, e poi aumenta gli ordinativi man mano che aumentano le vendite.
Moltiplicando questo episodio personale per centinaia o migliaia di casi, si avrà un tessuto sociale molto vasto, molto dinamico, in cui alcune aziende aumenteranno di dimensioni, altre rimarranno uguali, altre spariranno.
Si verifica una vera e propria selezione naturale darwiniana, in cui l’azienda avrà maggiore successo in conseguenza della capacità dell’imprenditore di relazionarsi a clienti, dipendenti, al suo intuito nell’individuare linee di produzione.
Succede poi che l’imprenditore abbia una famiglia, dei figli. Se i figli partecipano all'attività famigliare e sono capaci quanto il genitore, gli succedono portando avanti l'azienda, facilitati dal fatto che conoscono l'attività in tutti i suoi aspetti fin da piccoli. Se invece non se ne interessano, se sperperano gli introiti, se sono incapaci ecc. l’azienda va a picco.

Oggi si è sviluppato un modello completamente differente di sviluppo capitalistico, quello del “venture capitalism”.

Esso viene avviato da un soggetto che ha un’idea geniale, un nuovo prodotto. Prepara un progetto e lo presenta ad un pannello di investitori. Questi investitori sono individui che dispongono di ampie risorse di capitali per cui desiderano ottenere il massimo ritorno d’interessi, e che sono appunto alla ricerca di progetti. Essi esaminano l'idea, ne giudicano la bontà ed eventualmente decidono di intervenire.
L’elemento decisivo per l’approvazione è rappresentato dal fatto che il profitto ricavato previsto sia a livello pari o superiore dall'interesse ricavato da alte attività. Si decide un budget, e si parte affidando al proponente l’incarico di attuare il progetto, eventualmente affiancato da consulenti e controllori.
Si acquista o affitta il terreno, si costruisce la fabbrica, si acquistano le macchine, le materie prime, si assume il personale, lo si addestra, per poi produrre e collocare il prodotto.

A questo punto arriva la verifica dei fatti: il prodotto può corrispondere alle esigenze del consumatore, ed essere venduto, oppure essere rifiutato.

Ma altre cose possono andare male: tra il momento dell’avvio del progetto e la collocazione del prodotto tutto può cambiare. Il costo delle materie prime può salire, un altro concorrente può preparare un prodotto analogo in modo indipendente e rubare una parte del mercato. Può essere difficile trovare il personale, la procedura di produzione può essere così sgradita da provocare una continua rotazione di personale, per cui non è mai addestrato a sufficienza. L'ideatore del progetto può avere scarsissime capacità di relazionarsi con le persone, entrare in conflittualità con i dipendenti o i finanziatori, in poche parole, durante la realizzazione del progetto ci sono infinite cose che possono andare per il verso storto.

In conclusione, è stato fatto un enorme investimento di capitali, ma il risultato è deludente, in quanto il profitto non è quanto prospettato e richiesto dagli investitori per averne un ritorno a livello di mercato. Se non c’è prospettiva di miglioramento l’unica soluzione è quella della chiusura dell’azienda per evitare ulteriori perdite. Ma tutto il capitale investito svanisce nel nulla.
Se questo viene ripetuto per cento, mille episodi, succede quello che abbiamo visto ai nostri giorni: un’attività febbrile di costruzione, di acquisto di materie prime e macchinari, un assorbimento di tutta la manodopera disponibile. Questo per un periodo di pochi anni, seguiti da un arresto totale dell'attività e dal licenziamento dei dipendenti.

Esattamente quello che è successo negli ultimi anni.
 
In effetti il secondo modello è essenzialmente una ripetizione del modello interventistico dello stato, con tutti i suoi difetti, e l’unico punto migliorativo a confronto è che l’investimento viene fatto in modo più oculato e più attento alle esigenze del consumatore.

È fondamentalmente sbagliato, in quanto pone al centro dell’attenzione il “capitale”, cioè una “cosa”, che quindi non ha sentimenti, intelligenza, volontà, è basato sul principio che “tutti i soldi sono uguali”, con l’illusione che basti spendere per far funzionare le cose.

Il vero centro del sistema è invece quello dell’ “Imprenditore” un essere umano, con delle caratteristiche uniche, irripetibili e insostituibili di dedizione e decisione.

Se il tessuto sociale è basato sugli individui, è sano e ha le basi solide. Se è basato sulle cose, è soggetto a cicli di espansione incontrollata e di recessione inevitabile.

Perché allora è nato il secondo modello di sviluppo, quello chiamato di “venture capitalism”?.

Questo modello è stato favorito da governi, come quello americano di Reagan, che nel 1999 eliminò la proibizione alle banche commerciali di fare l’attività delle banche d’investimento. È stato attuato proprio perché il sistema tradizionale è a crescita lenta, c’è un accumulo progressivo di riserve, una diffusione lenta nei punti di vendita, un aumento lento dell’occupazione.

Il sistema delle ventures è stato favorito proprio perché è rapidissimo, si costruiscono grandi stabilimenti, capaci di produzione di massa, di dare lavoro a centinaia, migliaia di persone.

I politici possono vantarsi di aver assicurato crescite annue fortissime, magari del 5‑10% all’anno. Poiché essi vivono in una prospettiva a breve termine, quella dei titoli di testa dei giornali, essi si adoperano per creare negli elettori l’illusione che tutto vada bene, che ci sia la piena occupazione e la ricchezza per tutti, per cui quando arrivano le elezioni la rielezione è garantita.

Ad un certo punto arriverà inevitabilmente la recessione, e il partito al potere può cercare di far credere di essere l’unico in grado di far uscire dalla crisi grazie alla propria “esperienza di governo”. Se non riesce a convincere gli elettori, può lasciare al governo successivo l’onere di trovare una soluzione.


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