È stato recentemente trasmesso dalla televisione britannica un servizio televisivo riguardante uno studio comparativo tra la Finlandia e la Svezia. Entrambi questi paesi sono governati dalla sinistra ed entrambi spendono pressappoco la stessa cifra per l'infanzia. Ma il modo in cui lo fanno non potrebbe essere più differente.
In Svezia è stato organizzato un articolatissimo sistema di nidi d'infanzia, asili e scuole primarie. In pratica, per ogni bambino c’è un posto garantito dai tre mesi dalla nascita fino all'età di sei anni e successivamente. Le madri vengono incoraggiate tutte a tornare al lavoro a pochi mesi dalla nascita del figlio.
La Finlandia ha preso la strada completamente opposta: le madri vengono pagate per stare a casa e badare di persona ai propri bambini fino all'età della scuola elementare.
Delle indagini psicologiche hanno determinato che i bambini che crescono in Finlandia sono molto più felici e più socievoli, quando iniziano la scuola a sei anni imparano molto più rapidamente, e hanno molta più facilità a relazionarsi con i compagni di scuola. Secondo le statistiche ufficiali su scala internazionale, i finlandesi sono al primo posto nella comprensione dei testi, nella matematica, lettura, scienza, e per quanto riguarda la capacità di ragionare.
È risultato invece che i bambini allevati secondo il modello svedese, nonostante trascorrano la maggior parte della giornata con i coetanei a cominciare da pochi mesi dalla nascita, hanno molte più difficoltà di socializzazione, ed hanno un’aggressività molto superiore nei riguardi dei compagni.
Questo viene appoggiato da numerosi studi condotti dall'università di Oxford e da altri importanti centri di ricerca secondo i quali l'effetto del trascorrere larga parte della giornata nel nido d'infanzia a partire dai tre mesi è paragonabile a quello dell’essere ospite in un orfanotrofio, e quindi deleterio sullo sviluppo mentale del bambino.
Anche Steve Biddulph, uno dei più importanti studiosi di problemi dell’infanzia, che ha cambiato completamente idea dai suoi primi libri 20 anni fa, ora ha riconosciuto che dalla nascita ad almeno i sei anni di età i bambini hanno bisogno di un rapporto costante individuale e personale con un adulto che si prende cura di lui, e la sua mancanza provoca una mancanza di sviluppo non solo di senso sociale e di capacità di rapporti affettivi, ma anche del cervello in generale ed è addirittura deleteria per la salute fisica del bambino.
Ma il modello svedese non è neppure efficiente dal punto di vista economico.
C’e una spesa gigantesca che viene sbandierata con fierezza dal governo come prova del suo impegno nell’educazione, ma bisogna tener presente che questa non significa che i bambini ne godono direttamente, in realtà i soldi vengono impiegati per la costruzione e il mantenimento gli edifici scolastici, per il personale organizzativo e manageriale scolastico, per cui non ci sono fondi sufficienti per assumere abbastanza insegnanti, le classi sono troppo numerose e gli insegnanti non possono dedicare ai bambini le attenzioni individuali di cui hanno bisogno, con le conseguenze disastrose che emergono al raggiungimento dell’età adulta, quando è ormai troppo tardi per porvi rimedio.
La cosa più tragica è che questo modello superato e dannoso è quello su cui insistono alcuni partiti italiani, che hanno il coraggio di dire che le famiglie italiane sono in difficoltà economica perché le donne non vanno a lavorare e insistono perché le madri ritornino in fabbrica al più presto dopo il parto.
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