Mio articolo |
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La flessibilità del mercato del lavoro ingleseQuando sono arrivato a Londra trent’anni fa, vedendo l’abbondanza di agenzie di «temping», che a quel tempo erano proibite in Italia, pensavo «poveri inglesi sfruttati dai capitalisti senza cuore». Poi, parlando ai miei amici e conoscenti, mi sono reso conto che gli inglesi amano il contratto a termine. Tutti mi dicono che è magnifico lavorare un po' in una ditta per qualche mese, poi in un'altra e poi in un’altra ancora. Si evita la noia, si acquistano esperienze più svariate. E poi tutti quanti arrivano prima o poi in un'azienda che gli piace proprio e dove sono apprezzati e che gli offre un impiego fisso. Un mondo completamente diverso dall'Italia, dove leggendo "Italians" mi sembra che l’unica preoccupazione sia quella di trovare una scrivania dove mettere le radici e da cui non muoversi più fino al pensionamento. Bisogna notare che qui a Londra la disoccupazione è praticamente dello 0%. Arrivano dall’Australia, dalla Nuova Zelanda, dal Sudafrica, ed entro una settimana sono già al lavoro, naturalmente non hanno problemi di lingua, quindi trovano «buoni posti» senza problemi. Ma anche quelli che hanno problemi di lingua, come polacchi, albanesi e altri, trovano subito lavoro, spesso un po’ di ore qui, un po’ là, ma più che a sufficienza per vivere ed essere soddisfatti (una volta arrivati qui, non se ne vuole andare nessuno). Tanto per darvi un’idea, l’ambiente è tale che molti si licenziano e per un paio d’anni vanno a fare il giro del mondo «per l’esperienza», nella sicurezza che quando torneranno troveranno facilmente un lavoro altrettanto soddisfacente di quello che hanno lasciato. Il rovescio della medaglia è che se la ditta attraversa dei periodi di crisi, può lasciare a casa senza problemi i dipendenti eccedenti, per poi riassumerne altri quando le cose vanno meglio. Qui la cassa integrazione è un'istituzione sconosciuta e direi inconcepibile. Leggendo le lettere di "Italians" sono anche un po’ perplesso delle superficialità di quelli che vengono a fare un giretto in Inghilterra e poi tornano in Italia dicendo «i nostri coetanei inglesi sono in condizione di comprarsi la casa mentre noi dobbiamo abitare con i nostri genitori». Questi qui non hanno capito niente! La casa non è loro, è della banca, con la quale hanno stipulato un mutuo al 100% di 25-30 anni. D'altronde qui le banche ti corrono dietro per offrirti soldi in prestito, basta che tu abbia un lavoro e che dimostri di avere voglia di lavorare seriamente. Qui si torna al discorso iniziale sulla facilità di trovare lavoro. È un serpente che si morde la coda: sono le condizioni socio-economiche che creano una certa mentalità, o è la mentalità che crea le condizioni socioeconomiche? Bisogna dire anche che le regole per il lavoro temporaneo sono completamente l’opposto di quelle italiane. Chi lavora, anche saltuariamente e part-time per le agenzie di temping, paga regolarmente i contributi per la pensione e l’assistenza sanitaria, quindi godrà di tutti i diritti degli altri lavoratori. In effetti sono assunti regolarmente dalle agenzie, che quando li passano alle ditte che hanno bisogno di lavoro temporaneo, ci ricaricano naturalmente il loro profitto. Quindi chi usa lavoratori temporanei ha una spesa molto superiore a chi ha dipendenti fissi. Vi ricorre appunto per dei casi eccezionali, per es. quando qualche dipendente è assente per malattia o maternità, o un eccessivo lavoro temporaneo, per es., una ditta di ristorazione con dieci dipendenti ha un contratto per una festa, ha bisogno di 50 camerieri e cuochi per un week-end, quindi può fare questo lavoro eccezionale senza problemi. Se non ho capito male, in Italia invece i temporanei sono esenti da certe imposizioni fiscali o queste sono molto ridotte, quindi costano molto meno dei dipendenti fissi e le ditte hanno interesse ad avere solo lavoratori temporanei, che però non guadagna nessun diritto alla pensione o alle ferie ecc. Ci credo che gli italiani non sono molto felici e si sentono fregati! Commenta |
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