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Sono razzisti gli italiani?

C'è qualcosa di orwelliano in una situazione come quella odierna, in cui è molto difficile parlare dei rapporti umani relativi all'immigrazione perché non esiste un termine adeguato per descrivere i veri sentimenti degli autoctoni.

Si ricorre al termine razzismo, che è inadeguato, in quanto descrive una teoria secondo la quale gli uomini sarebbero raggruppabili in razze, e sarebbe possibile disporre queste razze in ordine gerarchico, da quelle inferiori fino ad una razza che sarebbe superiore a tutte.

La basi genetiche di questa teoria sono troppo complesse e insufficientemente esplorate finora, ma in ogni caso le sue implicazioni sono molto superiori alle conoscenze scientifiche della maggior parte delle persone, e quello che viene fatto passare per razzismo è spesso puro sciovinismo, cioè il ritenere e dichiarare che il gruppo in cui ci si identifica è superiore a qualsiasi altro: “la nostra squadra è la migliore”, “la nostra civiltà è superiore”, "la nostra città è la più bella", “il nostro cibo è il migliore”, “la nostra lingua è la più bella” ecc. ecc.

Ma qui stiamo parlando di qualcosa di completamente differente! La realtà è che la stragrande maggioranza degli esseri umani si sente a proprio agio nell’ambiente in cui nasce e cresce, nell’ambiente che gli è più famigliare. Essi amano essere circondati da persone conosciute fin dall’infanzia, in cui si identificano e di cui conoscono vita e miracoli, amano i suoni sentiti per la prima volta dalla madre, non per nulla chiamata la lingua materna. Possono essere quindi definiti, per mancanza di un termine migliore, “localisti”.

Esiste però una minoranza, chiamiamoli “esoticisti”, per i quali la situazione è totalmente rovesciata. Tutto quanto è consueto, ripetuto, familiare, ingenera un senso di noia, di rifiuto, essi cercano tutto quanto sia diverso, esotico, strano, eccitante, che appare avvolto in un alone di superiorità.

Per esempio, mentre i membri del gruppo dei “localisti” vanno per tutta la loro vita in vacanza nello stesso posto, e sono soddisfatti, i membri del gruppo degli “esoticisti” vanno continuamente in cerca di nuovi posti di vacanze, perché non possono tornare due volte allo stesso posto, senza sentire un senso di “già visto”, di noia. La febbre dell’esoticismo brucia in continuazione chi ne è affetto, perché inevitabilmente anche il nuovo più eccitante diventa "il consueto" in poco tempo e non soddisfa più. I localisti in vacanza si lamentano dicendo che, “non è più com’era una volta, i nostri vecchi amici sono scomparsi, arriva gente strana, maleducata". Gli esoticisti in vacanza si lamentano affermando: “ormai, ovunque vai, trovi sempre la stessa gente, scopri un bel posto, e l'anno dopo è pieno di commessi del negozio dove vado a fare le compere”. Anche nella scelta del partner c’è una divisione netta tra chi cerca la ragazza/il ragazzo della porta accanto, per una vita tranquilla e regolata, e chi vuole l'esotico, l'eccitazione a tutti i costi.

Purtroppo, fa parte della natura umana il fatto che ognuno ritiene che i propri istinti siano la pietra di paragone per giudicare quelli degli altri.

Da un lato coloro che amano le cose famigliari non riescono a capire il bisogno degli esoticisti di andare sempre alla ricerca dello strano, del diverso, dello strambo ecc.

Anche gli esoticisti non sono da meno, e dall’alto di una pretesa superiorità morale o etica, vogliono forzare sugli altri la varietà, la diversità, il cambiamento per il cambiamento a tutti i costi, e di fronte alle resistenze dei localisti, li accusano di arretratezza, di xenofobia, di “resistenza al progresso”, di “resistenza all’ineluttabile", come se ci fosse qualcosa di ineluttabile nella storia umana e tutto non fosse una conseguenza di precise decisioni e della nostra volontà.

Se la disputa si limitasse a questo, ognuno potrebbe vivere la propria vita come più gli piace, ma il fatto è che gli esoticisti si adoperano in tutti i modi per favorire l’arrivo incontrollato di masse di gente provenienti da altri paesi e creare una società multiculturale. Quest’operazione viene appoggiata dai datori di lavoro, sempre interessati all’aumento dell’offerta di manodopera per contenere i prezzi di produzione, ma ad un'analisi superficiale non è chiaro perché a farsene portabandiera siano anche coloro che si dichiarano allo stesso tempo di “sinistra”, e al servizio della classe operaia.

La spiegazione è chiara se ci si rende conto che un tempo, per la borghesia intellettuale, il culmine dell'esoticismo era rappresentato dalla difesa della classe operaia, vista come “altro”, e depositaria quindi di tutte le virtù, e dell’innocenza, che era stata perduta con l’acquisizione della ricchezza da parte della nobiltà e della borghesia.
Ora sembra che anche gli operai autoctoni, diventando più abbienti, abbiano perso quelle caratteristiche che li rendevano attraenti agli intellettuali borghesi, per cui questi hanno trasferito i loro favori agli extracomunitari, che nella loro fantasia veramente razzista identificano come il “buon selvaggio”, e perciò meritevole di essere favorito in tutti i modi a spese degli autoctoni.

Ma c’è una contraddizione insita in questa situazione: per quanto differenti ed esotici possano essere i nuovi arrivati, dopo un po’ entrano a far parte del paesaggio ordinario, per cui bisogna farne arrivare sempre di nuovi, da paesi sempre più lontani, dei costumi sempre più difformi e di difficile integrazione.

Dal canto suo il localista all’inizio resiste, con tanta maggiore forza quanto l’impatto e la differenza sono grandi, ma poi col passare del tempo tutto diventa normale e accettato, con tanta maggiore facilità quanta più la transizione è progressiva e inavvertibile. Poi passano gli anni e la società si trova ad essere totalmente cambiata rispetto a quello che era solo poche generazioni prima, e non sempre in meglio…


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