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Sono razzisti gli italiani o è paura giustificata? Zingari, rom, albanesi, cinesi, ora nordafricani in fuga dai fermenti politici, arrivano in numero sempre maggiore nel nostro paese, e i rapporti tra noi, appartenenti alla cultura “occidentale” e gli estranei, i foresti, gli “stranieri” sono difficili. Spesso nasce un sentimento di paura da parte nostra. Sono tutti pregiudizi, razzismo? È molto difficile parlare dei rapporti umani tra gruppi etnici differenti, perché i termini usati per descriverli si prestano a equivoci e incomprensioni. Si ricorre al termine razzismo, che è inadeguato, in quanto descrive una teoria secondo la quale gli uomini sarebbero raggruppabili in razze, e sarebbe possibile disporre queste razze in ordine gerarchico. Ma quello che viene fatto passare per razzismo è spesso puro sciovinismo, cioè il dichiarare che il gruppo in cui ci si identifica è superiore a qualsiasi altro, con frasi del tipo: “la nostra squadra è la migliore”, “la nostra civiltà è superiore”, "la nostra città è la più bella", “il nostro cibo è il migliore”, ecc. ecc. Ma la paura che la gente prova di fronte all’estraneo non è una cosa da ridere, non c’entra nulla col razzismo o con lo sciovinismo, è un’altra cosa, per sapere cos’è, la risposta può venire solo dalla scienza. Alcune ricerche su scimmie allevate in cattività, che non abbiano mai visto, per esempio, dei serpenti, hanno riscontrato non ne hanno alcuna paura la prima volta che li vedono. Ci giocano senza problemi, ma ovviamente in natura le conseguenze potrebbero essere tragiche. Il serpente li può mordere e uccidere. Fortunatamente, gli esseri viventi hanno la capacità di apprendere. Se mostriamo alla scimmia allevata in cattività senza paura, altre scimmie che appaiono timorose e diffidenti dei serpenti, la scimmia impara ad avere paura. Appare quindi che il cervello è in grado di apprendere in specifiche situazioni, e questo è il risultato di milioni di anni di evoluzione. Ovviamente anche noi abbiamo la possibilità di imparare. Il bambino nasce con pochissimi timori istintivi, ma presto l'esperienza gli fa associare determinate forme e colori ad esperienze gradevoli o sgradevoli. E poi c’è l'insegnamento impartito da altri. Ecco svilupparsi l'astio nei riguardi delle divise della polizia. O l'amore per le divise se le esperienze sono state positive. Ecco nascere la diffidenza nei riguardi delle donne con le gonne lunghe che tendono la mano, o il rancore nei riguardi di chi ti vuole a tutti i costi lavare i vetri della macchina. E poi gli amici ci informano che tutte le case del vicinato sono state svaligiate ecc. ecc.. In effetti, indagini sperimentali hanno dimostrato che l'apprendimento può essere rapidissimo. Basta una disputa anche solo verbale con persone specificamente individuabili da una determinata caratteristica fisica o dall'abbigliamento, per provocare un’immediata catalogazione di tutte le persone simili come esseri di cui diffidare. Le caratteristiche possono essere le più svariate: Il colore della pelle, la forma del naso, il colore degli occhi, dei capelli, l'abbigliamento... Comprendiamo quindi che la diffidenza verso il nuovo, il diverso, è una cosa logica e razionale, è la difesa naturale dai pericoli sempre nuovi che possono presentarsi nel corso della vita. Ma ci sono coloro che ci spingono invece ad accogliere a braccia aperte tutto quanto è nuovo e differente, questo sembra assurdo e contrario all’ordine naturale. Forse la risposta si può trovare in una ricerca guidata da David Pizarro, un ricercatore della Cornell University. Dopo aver chiesto agli intervistati se fossero razzisti, e aver ricevuto la risposta "no", gli veniva presentata la seguente situazione: sei alla stazione ferroviaria e vedi che un treno sta per deragliare, con la possibile morte di decine di persone. Puoi evitarlo spingendo sui binari quello che ti sta vicino. Ebbene, la ricerca ha riscontrato che le persone di sinistra, avendo la scelta, buttano sotto il treno un bianco, mentre le persone di destra buttano sotto il treno un afroamericano. La ricerca di Pizarro non indaga se veramente queste tendenze siano legate all’ambito culturale del soggetto, o se ci sia una spiegazione genetica dei differenti comportamenti. Ma qui ci aiuta uno studio della Harvard University di San Diego, che ha dimostrato che la produzione di Dopamina è regolata da una variante del gene DRD4, un neurotrasmettitore implicato nelle risposte emozionali e nella capacità di provare piacere e dolore. Il portatore di questa variante è alla continua ricerca di novità, e questo è collegato alle visioni politiche liberal, che negli Stati Uniti è sinonimo di sinistra. Secondo la mia interpretazione, questo significa che il livello di dopamina prodotto nel corso dell’attività quotidiana è molto variabile nella popolazione, probabilmente secondo la curva a campana gaussiana. Per gran parte degli esseri umani, la dopamina prodotta nelle condizioni di vita abitudinarie è sufficiente a provocare una sensazione di benessere. Essi amano essere circondati da persone conosciute da lungo tempo, amano la lingua appresa in famiglia, chiamata appunto la lingua materna, si sentono a proprio agio nell'ambiente in cui sono nati e cresciuti, e quando hanno a che fare con cose locali o “nostrane”. Possono essere quindi definiti, per mancanza di un termine migliore, “nostranisti”. Per altri invece, che si porrebbero all’estremità della curva gaussiana, gli incontri abitudinari non producono un livello sufficiente di dopamina, tradotto in linguaggio corrente diciamo che queste persone "si annoiano". Hanno bisogno quindi di ricercare stimoli addizionali per aumentarne la produzione, andando alla ricerca di sempre nuovi incontri, con persone sempre nuove e il più possibile differenti dall’ordinario. Tutto quanto è consueto, ripetuto, familiare, ingenera un senso di noia, di rifiuto, mentre per eccitarsi queste persone cercano tutto quanto sia nuovo, diverso, strano, esotico. Possiamo quindi chiamarle gli “esoticisti”. Per esempio, mentre i “nostranisti” vanno per tutta la loro vita in vacanza nello stesso posto, e ne sono soddisfatti, gli “esoticisti” vanno continuamente in cerca di nuovi posti di vacanze, perché non possono tornare due volte allo stesso posto senza sentire un senso di “già visto”, di noia. La febbre dell'esoticismo brucia in continuazione chi ne è affetto, perché inevitabilmente anche il nuovo più eccitante diventa "consueto" in poco tempo, e non soddisfa più. I nostranisti in vacanza si lamentano dicendo che, “non è più com'era una volta, i nostri vecchi amici sono scomparsi, ora c’è gente strana, maleducata". Gli esoticisti in vacanza si lamentano affermando: “ormai, ovunque vai, trovi sempre la stessa gente, scopro un bel posto, e l'anno dopo ci trovo i commessi del negozio sotto casa che vedo tutto l’anno”. Anche nella scelta del partner c'è chi cerca la ragazza/il ragazzo della porta accanto, per una vita tranquilla e regolata, e chi vuole l'esotico a tutti i costi per eccitarsi. Purtroppo, fa parte della natura umana il fatto che ognuno ritiene che i propri istinti siano la pietra di paragone per giudicare quelli degli altri. Da un lato i nostranisti non riescono a capire il bisogno degli esoticisti di andare sempre alla ricerca dello strano, del diverso, dello strambo ecc. Dall’altro, gli esoticisti non sono da meno, e dall'alto di una pretesa superiorità morale o etica, o della visione di un destino immanente, vogliono forzare sugli altri la varietà, la diversità, il cambiamento a tutti i costi, e di fronte alle resistenze dei nostranisti, li accusano di arretratezza, di xenofobia, di “resistenza al progresso”, di “resistenza all'ineluttabile" e si adoperano in tutti i modi per favorire l'arrivo incontrollato di masse di gente provenienti da altri paesi e creare una società multiculturale e multietnica. Quest'operazione viene appoggiata dai datori di lavoro, sempre interessati all'aumento dell'offerta di manodopera per abbassare i costi di produzione, ma non è chiaro perché a farsene portabandiera siano anche coloro che si dichiarano di “sinistra”, e al servizio della classe operaia. Dopotutto, l’aumento di offerta di manodopera porta a una riduzione degli stipendi, e quelli danneggiati maggiormente sono proprio i lavoratori dipendenti. La situazione si chiarisce rendendosi conto che un tempo, per gli intellettuali borghesi, il culmine dell'esoticismo da cercare e sostenere era rappresentato dalla classe operaia, vista come “altro”, mentre i loro simili rappresentavano il consueto, l'ordinario, e perciò il noioso. Per la sinistra, la cosa importante è il cambiamento, che è una delle loro tematiche costanti: la rivoluzione, l'avvicendarsi delle forze sociali che detengono il potere, le dimissioni del governo in carica, l’abbattere gli idoli. Per l'uomo di sinistra “occidentale” gli altri “occidentali” sono il vecchio da eliminare per attuare un rinnovamento, mentre lo “straniero”, l’esotico, l’etnico è il nuovo che avanza. Ora che la classe operaia locale si è imborghesita, gli intellettuali borghesi hanno trasferito i loro favori agli extracomunitari, che sono l'altro, il nuovo, l'eccitante, per cui vogliono farne arrivare sempre di nuovi, da paesi sempre più lontani, dei costumi sempre più difformi e di difficile integrazione, anche se una volta qui, i loro rapporti con i locali sono difficili. Il loro commento al riguardo è: “Tanto peggio per i locali! Che si adattino ed imparino dai nuovi venuti”. Per gli esoticisti, per la sinistra, noi dovremmo tutti imparare ad amare indiscriminatamente quanto è nuovo e differente. Sappiamo che effettivamente la paura può essere modificabile con l'insegnamento: È possibile insegnare alle scimmie a NON avere paura dei serpenti, ma in natura, una cosa del genere può avere conseguenze tragiche, i serpenti, mordono e stritolano, e una scimmia addestrata a non avere paura di nulla avrà una vita molto breve!! Questo non significa assolutamente che occorra avere una diffidenza a priori per tutto il nuovo!! Bisogna usare il buon senso, e prendere decisioni ragionevoli, anche se non sono abbastanza eccitanti per gli esoticisti. In paesi come l’Australia, il Canada, la Nuova Zelanda, gli abitanti non hanno paura degli immigranti, perché sanno che i nuovi arrivati hanno attraversato una selezione che lascia entrare solo persone che vogliono lavorare, hanno le qualifiche richieste dal mercato del lavoro, e hanno la conoscenza della lingua del paese di destinazione come prerequisito. Tutt’altra cosa da quello che viene proposto dai sostenitori delle frontiere aperte, che sognano per l’Italia una specie di Far West, dove arriva chi vuole, salvo poi incarcerarlo o rimandato indietro se commette troppi crimini e viene preso. Ma intanto ci sono tante vittime innocenti, per non parlare del senso di paura endemica in tutta la popolazione che non vive in quartieri protetti. Si diffonde sempre più un senso di rifiuto all’idea che possano arrivare altre masse incontrollate. Anche se per la maggioranza si tratta di poveretti che hanno bisogno di aiuto, tra di essi possono nascondere tanti criminali potenziali.
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