L'economia in una lezione: Henry Hazlitt, un cicerone per il libero mercato
Per più di 80 anni Henry Hazlitt, uno dei più grandi giornalisti americani di sempre, si battè con tutte le sue forze contro il protezionismo. Era un uomo dotato non solo di grande talento e cultura, ma anche di ineguagliabile forza di volontà, forti convinzioni morali, e supremo coraggio, grazie al quale mai arretrò nelle sue battaglie.
Proprio a causa della irremovibile fedeltà alle sue idee, Hazlitt perse tutti i posti di lavoro più prestigiosi che fosse riuscito a raggiungere nella sua carriera: direttore letterario al The Nation, editorialista di punta al New York Times, e commentatore settimanale di Newsweek.
La sua produzione, comunque, fu immensa: si calcola che scrisse almeno 10 milioni di parole, e che una raccolta completa delle sue opere occuperebbe 150 volumi.
Era un classico self-made man americano, che partì letteralmente da zero. Nacque nel 1894 a Filadelfia, ma suo padre morì quando era bambino, e sua madre dovette trasferirsi con lui a Brooklyn. A causa delle miserevoli condizioni famigliari, non ebbe la possibilità di una educazione formale. Si immerse allora nella lettura dei classici antichi e moderni, mentre era occupato in umili lavori scarsamente pagati. Quando Hazlitt ricordava questi anni della sua giovinezza, non dimenticava mai di far notare le numerose opportunità, oggi impensabili, che a quei tempi un mercato del lavoro completamente libero garantiva a tutti: "Allora io non sapevo svolgere nessun mestiere, e per tale ragione iniziavo un lavoro, ma regolarmente dopo due o tre giorni venivo licenziato. Ma non per questo mi arrabbiavo o mi scoraggiavo. Ogni mattina presto infatti aprivo il Times, andavo a leggere le inserzioni con le offerte di lavoro, e regolarmente trovavo un lavoro il giorno stesso. Questo è quello che succede in un mercato libero! Non c'era il minimo salariale, non c'erano sussidi, salvo al massimo un piatto di pasta, non esisteva un sistema di welfare. C'era solo il libero mercato. Venivo spesso licenziato perché non avevo alcuna specializzazione, ma ogni volta imparavo qualcosa, e a poco a poco riuscii a guadagnarmi 3 o 4 dollari alla settimana".
Ad un certo punto la sua passione per la lettura lo condusse alla decisione di diventare un giornalista. All'età di 20 anni venne assunto al Wall Street Journal. In breve tempo, grazie alle sue brillanti recensioni letterarie e filosofiche scritte in un inglese chiaro, semplice, preciso, la sua reputazione come scrittore e pensatore crebbe rapidamente. Venne notato dal direttore di The Nation, che lo assunse come redattore delle pagine letterarie della rivista. Di tanto in tanto Hazlitt iniziò a scrivere di politica ed economia, influenzato dalla lettura di Wicksteed e Spencer. Le sue prime critiche alle politiche inflazionistiche e all'abbandono roosveltiano del gold standard sono dei primi anni '30. Nel 1934 approdo sulle pagine del New York Times, e vi rimase per 12 anni, nel corso dei quali fece il possibile per opporsi alla marea montante dello statalismo, mediante un fuoco di fila giornaliero contro le politiche del New Deal roosveltiano.
In questo periodo egli conobbe personalmente il grande economista austriaco Ludwig von Mises, che in fuga dall'Austria si era rifugiato in America. I due diventarono ben presto amici, e fu proprio Hazlitt a introdurre Mises al pubblico americano. Era inevitabile che la sua opposizione alle politiche di Roosevelt lo portasse in conflitto con la direzione del giornale in cui scriveva. Quando nel dopoguerra criticò duramente il sistema di ricostruzione del sistema monetario internazionale proposto da Keynes a Bretton Woods, affermando che per i suoi caratteri inflazionistici avrebbe avuto vita breve e difficile, il contrasto si acuì ulteriormente, ed egli capì che era meglio cambiare aria. Passò quindi al Neesweek, dove la sua rubrica settimanale sull'economia divenne popolarissima. Nel 1946 Hazlitt pubblicò Economics in One Lesson, libro che vendette quasi un milione di copie e che venne tradotto in almeno dieci lingue.
Riprendendo lo stile e lo spirito del grande economista francese Frédéric Bastiat, con linguaggio chiaro e comprensibile Hazlitt scriveva che "si può condensare il succo di tutta l'economia in una sola lezione ed essa si può ridurre ad una sola frase:l'arte della politica economica sta nel prevedere tutte le conseguenze (non solo immediate ma anche lontane) di ogni programma e di ogni provvedimento, e nel considerare non solo gli interessi di parte ma quelli dell'intera collettività. Nove decimi degli errori economici, causa di tanti disastri nel mondo contemporaneo, derivano dall'ignoranza di questo assioma. E tutti si ricollegano all'uno, o all'altro, o ad entrambi di questi errori".
Armato di questo principio, Hazlitt mise in luce in poco più di una ventina di capitoli stringenti e fulminanti l'enorme distruzione di ricchezza causata dalle regolamentazioni, dalle tasse, e dall'inflazione, e dai tanti pregiudizi economici duri a morire, come l'idea che la guerra e le distruzioni portino lavoro e sviluppo, che la prodigalità sia migliore del risparmio, che le nuove tecnologie provochino disoccupazione, che il commercio con l'estero impoverisca i lavoratori nazionali, che la legge sul minimo salariale impedisca la caduta del livello dei salari, che lo Stato possa mantenere bassi i prezzi calmierandoli, che l'azione sindacale faccia aumentare i salari, e così via.
Nel 1950 Hazlitt divenne direttore della rivista The Freeman, una delle prime riviste americane consacrate alla diffusione delle idee liberali. Nel 1959 pubblicò una notevolissima confutazione della Teoria generale di Keynes, intitolata The Failure of the New Economics.
Mises, in occasione della celebrazione dei 70 anni di Hazlitt, gli disse: "In questa epoca di grande lotta per l'affermazione della libertà e di un sistema sociale in cui gli uomini possono vivere liberi, sei il nostro leader". Lo fu fino alla morte, che lo colse quasi centenario nel 1993.
Così lo ricorda Lew Rockwell: "Aveva la grandezza e la gravitas di un Cicerone, la forza morale di un Tacito, e come i suoi amati stoici, condusse una vita basata sull'onore e sui principi. L'antica Repubblica di Roma l'avrebbe tenuto in grande considerazione. Così dovremmo fare anche noi. Se restaureremo la Repubblica Americana, il suo busto dovrebbe stare nel nostro Senato, in compagnia di quello dei nostri uomini più grandi".
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