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Identità

Guardavo ieri sera l’Infedele, l’argomento della puntata era la mozione leghista per le ‘classi ponte’.
Presto è emerso il termine ‘identità’, che naturalmente, nella sua accezione di ‘identità culturale’ è una di quelle realtà nella cui difesa la Lega trova la propria missione.
Spesso si usano vocaboli altisonanti senza avere (o fornire) una chiara idea del concetto a cui si riferiscono.
Il ‘senso di identità’ è certamente qualcosa di importante, irrinunciabile, ma è pericoloso farne un idolo.
L’identità, dal punto di vista psicologico, individuale o collettiva che sia, non è che il risultato di un meccanismo adattativo.
Il bambino appena nato è privo di identità.
Può manifestare molto presto una forte personalità, certo, ma l’identità è un complesso di scelte, valori, credenze, conoscenze condivise, relazioni, convinzioni, etc. che può emergere solo attraverso un rapporto prolungato con l’ambiente, e per di più in gran parte come difesa da esso.
A un certo punto però, un individuo o una cultura possono rendersi conto di trovarsi di fronte a una matassa così finemente e saldamente formata da cadere nell’illusione che si tratti di un’entità a sé stante, come dire, increata, assoluta.
Ecco allora che l’identità, che era uno strumento di difesa, diventa qualche cosa da difendere a tutti i costi, barricandola, esaltandola, divinizzandola.
Ma così facendo, non ci si rende conto che tutto ciò che si ottiene è un’identità fragile, priva della necessaria flessibilità per continuare a svolgere la funzione adattativa per cui è sorta.
E’ come se un frutto guardasse se stesso allo specchio, e credesse che l’unica parte visibile, la buccia, sia la sua natura fondamentale, e non la parte più superficiale e in un certo senso vile.
E così facendo il frutto comincia a investire tutte le sue energie nel rinforzare questa buccia, che presto però diventa nient’altro che una crosta, disseccata perché staccata da quel magma pulsante in continuo cambiamento che la sosteneva invisibilmente e che la rendeva tumida e lustra.
Non è che un altro esempio di come sia insensato, a mio avviso, separare individuale e sociale.
E ripeto: non sono affatto convinto che alcuna qualità personale o complesso di caratteristiche positive (cioè capaci di favorire un reale benessere collettivo o personale) possa essere messa in relazione con il successo economico.
La mia indagine conoscitiva è in corso da anni, e ha attraversato innumerevoli realtà aziendali con un aumento esponenziale da quando mi sono messo a insegnare inglese guarda caso proprio ai manager.
Con le dovute eccezioni, la maggioranza di queste persone, ti assicuro, è semplicemente troppo ottusa e ignorante per concepire qualunque altro scopo oltre a fare soldi.
Sono dei Forrest Gump (con l’avidità al posto dell’innocenza) sempre totalmente proiettati verso un’unica meta, e quindi bravissimi nel raggiungerla.
E’ sconcertante, è agghiacciante, ma è così.
E la mia convinzione non si basa su una conoscenza generica, ma sullo scontro quotidiano con le difficoltà che queste persone hanno a imparare una lingua straniera e, in certi casi, anche solo a reperire nella loro testa vuota dei pensieri da esprimere per praticarla, difficoltà che, molto spesso, i loro colleghi di rango inferiore non hanno.
A causa del particolare rapporto che stabilisco con queste persone, inoltre, mi capita per forza di cose di dover indagare sul loro passato, e anche qui faccio scoperte interessanti.
E’ difficile da spiegare, in realtà, perché stiamo parlando di convinzioni che si formano spontaneamente attraverso una lunga serie di esperienze analoghe con persone diverse, ma se si ha un minimo di spirito di osservazione è impossibile non accorgersene: le capacità delle persone sono totalmente radicate nella loro storia.
Il fattore biologico che certamente entra in campo in molte altre sfere della vita, è qui praticamente irrilevante.
Persone con fortissimo ritardo mentale sono perfettamente in grado di imparare la propria lingua fin da piccoli (e quindi perché non una seconda?).
Ma da adulti le cose cambiano, e non perché si sia misteriosamente persa una capacità precedentemente esistente, ma perché la valanga di influenze e condizionamenti subiti ci indirizza in un senso o nell’altro.

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