Immigrazione in Germania
Autore: Andrea Masciavé
04.02.2009
Quello che conta è anche il tema dell’identità.
L’immigrazione è stata sempre un tema centrale della Germania del dopoguerra.
Già durante gli anni ‘50, l’economia e lo sviluppo industriale tedeschi obbligano gli imprenditori a reclutare sempre nuova manodopera. Tuttavia, vista la situazione demografica deficitaria, il pressoché totale assorbimento dei profughi della DDR, nonché l’aumento della popolazione non-attiva, causato dall’uscita dal mercato del lavoro di donne, anziani e ragazzi, il governo è costretto a reclutare le nuove risorse operaie fuori dalla Germania. I primi a cogliere questa possibilità sono stati i lavoratori italiani, i quali, grazie all’accordo bilaterale siglato nel 1955, hanno aperto la strada all’immigrazione in Germania ovest.
Oggi l’ingresso e il soggiorno dei cittadini extracomunitari sono regolati in Germania dalla Aufenthaltsgesetz, legge varata il 30 luglio del 2004. L’articolo che sancisce che l’immigrazione illegale è reato è il numero 95 e sta quindi per compiere i quattro anni dall’entrata in vigore. La norma prevede la reclusione (Freiheitstrafe) da uno a tre anni per il clandestino, con una sanzione pecuniaria (Geldstrafe). La pena di un anno è prevista per il primo ingresso illegale, mentre è punibile fino a tre anni il recidivo, ossia l’immigrato che già espulso «entri o soggiorni nuovamente in territorio tedesco».
Sono previste pene fino a tre anni di reclusione anche per gli stranieri che «utilizzino o forniscano false informazioni al fine di procurare per loro o per altri un permesso di soggiorno». Scatta poi l’espulsione automatica per l’extracomunitario, anche regolare, condannato con sentenza definitiva a tre anni di carcere, o a due nei casi di spaccio di droga e turbativa dell’ordine pubblico.
Per entrare legalmente in Germania e richiedere il permesso di soggiorno per studio o lavoro è necessario annunciarsi in comune con validi documenti di identità, un contratto di lavoro ed un indirizzo al quale si è domiciliati. Questo perché per legge ogni persona residente in Germania deve portare con sé un documento d’identità o un passaporto (la patente di guida non è sufficiente) ed un permesso di soggiorno se la durata del soggiorno supera i tre mesi.
Differenze con l’Italia:
Da noi lo straniero deve procurarsi un contratto dall’estero, e la cosa è, ovviamente, quasi impossibile. L’unica strada è spesso il visto turistico. Come dire che l’aggiramento della legge è inizialmente indispensabile all’avviamento al lavoro. Per questo, se da noi il numero degli stranieri è ancora irrisorio in cifra assoluta, la percentuale degli illegali è altissima, fuori controllo. Altra specialità italiana. Questione di regole, dunque. All’immigrato che entra in Germania, lo Stato le mette in chiaro fin dal primo minuto. Tutto incluso, a partire dal codice della strada. Il controllo sociale per il rispetto delle regole è implacabile, ai limiti della delazione. Lo è fra i tedeschi stessi, figurarsi con gli stranieri. Ma quella pressione continua significa anche che se accetti quelle regole, puoi diventare un tedesco nei diritti.
E poi, c’è l’identità. Qualsiasi straniero, quando entra in Germania, ha mille segnali che glielo rammentano. Non sono semplicemente le bandiere o gli inni. È l’architettura, il cibo, la musica, il dialetto Schwitz, la birra bavarese o i campanacci delle vacche alpine. È un’identità che non ha bisogno di retorica perché è fondata prima di tutto sul paesaggio. Su simboli che a ogni passo ti dicono: tu sei qui e non potresti essere altrove. Segnali fondamentali, rassicuranti, in quest’epoca che ti proietta nel grande nulla della globalizzazione. In Italia, appena esci dal centro città, finisci in una campagna anonima che per trasformarsi in industria ha furiosamente svenduto se stessa, costruendo il proprio sviluppo non su un’affermazione, ma su una negazione. È qui che bisogna recuperare le radici delle varie identità dei popoli che siamo; da qui si deve creare il substrato, il “paesaggio tipico” a cui poi ognuno piano piano decide di farne parte, ed nel quale fonderà parte delle sue nuove radici.
Commenta
|