L'integrazione dei rom

Ho visto un bel documentario realizzato dalla televisione inglese, dove l’inviato della BBC, Michael Palin, fa il giro dei Paesi dell’est europeo in un viaggio di scoperta. Arriva in Bulgaria, e va il giro per la città di Plovdiv, la seconda in ordine di grandezza del Paese.
Visita un quartiere con una guida che gli spiega che gli abitanti sono tutti zingari. Come, dice lui, tutti zingari? Ma non avete cercato di integrarli con la popolazione locale? Sì, gli risponde la guida, quella era l’idea per cui è stato costruito il quartiere. Abbiamo costruito questi palazzi e ci abbiamo messo dentro sia zingari che bulgari. Poi i bulgari hanno cominciato a lamentarsi che gli zingari accendevano fuochi davanti al portone di casa.
E che si portavano i cavalli negli appartamenti. Vediamo questa dimostrazione dell'amore per i cavalli all’arrivo dell’inviato della BBC, quando gli zingari organizzano in suo onore una corsa (illegale) di cavalli e uno spettacolino con danze e musica tradizionali.
Ma i bulgari non erano molto felici e hanno cominciato a scappare dal quartiere. Alla fine sono rimasti solo gli zingari, con un tasso di disoccupazione dell’85% e una frequenza scolastica dei loro bambini del 10%. La guida ci dice che gli zingari non amano stare al chiuso, amano stare in strada a socializzare tutta la giornata.

Per quanto ne so, la stessa situazione si è ripetuta in tutti gli stati dell’est europeo, dove per decine d’anni i governi comunisti hanno cercato di integrare gli zingari, nel senso di convincerli ad abbandonare una vita nomadica.
Si sono utilizzate due strategie, cioè si sono costruiti interi villaggi riservati ai rom, oppure, come nell’esempio di cui sopra, si è cercato di far convivere i rom con gli abitanti locali, con i risultati che abbiamo appena visto.

Ma ugualmente vediamo insigni esponenti della sinistra, come Veltroni, che si presentano alla televisione e dichiarano “gli immigrati devono essere integrati!”, senza spiegare che cosa intenda per integrazione, e con quali mezzi ottenerla, ma in pratica i buoni propositi si limitano a organizzare la costruzione di campi nomadi vicino ai quartieri più poveri o all’assegnazione di alloggi in quartieri popolari, cioè le strategie già attuate per decenni senza successo nell’Europa occidentale. Tanto peggiore è il fatto che l’imposizione dell’integrazione viene fatta tutta a spese del popolo. Il buon Veltroni e gli altri simili radical-chic non accolgono i rom nei quartieri della buona società dove vivono, ma li relegano nei quartieri popolari, dove sono proprio i più poveri che ne subiscono le conseguenze.

Quando i rom vengono intervistati, affermano di aver venduto le case dove vivevano nei paesi d’origine, che erano state costruite per loro dai vari governi socialisti, per venire a vivere sotto i ponti in Italia.
Si lamentano anche del fatto che non li amassero molto nei Paesi di provenienza, dove non possono più tornare non avendo più una casa dove abitare. Ma cosa gli faceva pensare che li avrebbero amati di più nei nuovi Paesi di residenza? Ovviamente, vogliono fare leva sul nostro buonismo e sul nostro senso di solidarietà. Dichiarano poi che nei Paesi da cui provengono non c’era lavoro. Prima di tutto, da altri reportage della televisione britannica ho appreso che in Romania, a causa della fortissima emigrazione, c’è una grande scarsità di manodopera, per cui sono costretti a far arrivare i cinesi per lavorare nelle fabbriche.
In secondo luogo, nonostante che milioni di altri immigrati, di tutte le razze e costumi, riescano ad inserirsi nel mondo del lavoro onesto, questo sembra molto difficile per i rom.

Ma questo sembra essere un problema essenzialmente italiano. Gli italiani che vivono in Europa possono testimoniare che in altri Paesi non si assiste alla vergogna delle schiere di zingari che chiedono l’elemosina agli angoli delle strade, perché? Ovviamente il sistema poliziesco-giudiziario degli altri Paesi funziona appropriatamente, cosa che i rom sanno benissimo, per cui coloro che vi si recano sanno che devono rispettare la legge, oppure sanno che l’Italia è il Paese europeo dove l’illegalità è tollerata e accorrono qui per approfittarne.

In un cento senso, nei secoli scorsi, quando i rom e i sindi arrivarono in Europa provenienti dall’India, erano molto più integrati nella società locale di quanto lo siano oggi. Si guadagnavano da vivere lavorando come stagionali agricoli, arrivando nei villaggi al momento del raccolto, e inoltre vendevano articoli da cucina e cavalli di cui erano esperti allevatori.
Anche i loro vestiti, come le tipiche gonne lunghe, erano in linea con quelli del resto degli europei. La tradizione di organizzare i matrimoni dei loro figli quando i maschi compivano i 14 anni e le ragazze i 12 non era troppo dissimile da quella degli altri popoli europei, dove i matrimoni combinati erano molto diffusi.
Il fatto è che negli ultimi secoli tutti gli altri popoli europei sono evoluti. È arrivato il pensiero socialista, e con esso l’interferenza dello stato in ambiti che prima erano privati, quali l’educazione dei figli, i rapporti tra uomini e donne e tra i membri della famiglia, è arrivata l’istruzione di massa, che richiede la frequenza delle scuole e perciò una residenza stabile.

Appare ora una contraddizione evidente quando gli esponenti della sinistra sostengono i principi di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, di libertà di azione e pensiero, di educazione delle masse, e allo stesso tempo invocano la conservazione delle tradizioni e dell’identità di un popolo. Come è possibile conservare le stesse abitudini quando tutto cambia?  La cultura è in continua evoluzione, principalmente per effetto del progresso tecnologico e della rapida diffusione delle idee dovuta all’alfabetizzazione di massa.
Oggi gli agricoltori non hanno più bisogno di cavalli, di pentolame di rame fatto artigianalmente, persino la manodopera stagionale è ormai costituita da immigranti dall’Africa e dell’Europa orientale. I rom hanno perso la loro funzione nella società e la loro cultura si è disintegrata, in tutti i sensi, e non serviranno certo i predicozzi e il buonismo a preservare quello che non esiste più, e qualsiasi misura di favoritismo cozza contro il concetto ormai radicato in tutti gli strati della popolazione italiana dell’uguaglianza di TUTTI i cittadini.

Commenta