In molti paesi europei, gli abitanti soffrono di gravi complessi di colpa.
Hanno avuto un passato coloniale, hanno invaso, hanno massacrato intere popolazioni. Ora tutta la gloria passata viene rinnegata, il nuovo politically correct ha convinto tutti che quella che una volta era ritenuta un’opera civilizzatrice è stata in realtà un’oppressione che ha portato a sofferenze innenarrabili. Il peso di questo senso di colpa li ha portati a decidere di assoggettarsi e forse incoraggiare una specie di contrappasso dantesco.
Abbiamo invaso, si dicono, è giusto quindi che ora siamo invasi a nostra volta. Lasciamo le porte aperte in modo che dalle colonie arrivino qui i discendenti di quelli che abbiamo oppresso! Abbiamo portato in tutto il mondo la nostra cultura? Lasciamo che arrivino qui tutte le culture, che la nostra venga soffocata e oltraggiata.
Come padani, noi siamo estranei a tutto questo.
Quando altri paesi colonizzavano, noi eravamo schiavi dello straniero, oppressi a nostra volta. Se uscivamo dai nostri confini, era per inserirci silenziosamente ed umilmente in paesi stranieri, spesso al prezzo della dimenticanza delle nostre origini, magari mimetizzandoci cambiando il cognome.
Le vicende storiche hanno poi portato alla sostituzione dell’oppressione da parte di austriaci e spagnoli ad una ancora più insidiosa. Sotto le mentite spoglie della liberazione dallo straniero e dell’unificazione, siamo stati assoggettati alla conquista militare da parte di una dinastia sabauda, in una trama ordita dalla monarchia inglese per creare uno stato unitario che controbilanciasse le potenze centro europee.
Noi non dobbiamo niente a nessuno!
Il nostro sogno è quello di liberarci finalmente da tutte le catene e poter seguire liberamente il nostro destino.
Ci è estraneo il delirio post-imperiale di una Roma che considera l'Italia un ponte tra l’Europa e il Medio-oriente.
Che si gloria di un presunto multiculturalismo, sognando forse una restaurazione dell’impero romano nel vedere le città italiche popolate da africani e balcanici. Pur rispettandolo, come rispettiamo la cultura di tutti i paesi che ci circondano, non abbiamo nulla a che fare con esso, per dirglielo nella loro lingua "nun cce ne po' fregà dde meno".
La Padania non ha mai fatto parte dell’Italia, che ai tempi di Giulio Cesare aveva i suoi confini settentrionali al Rubicone, mentre al nord la Gallia, la Venetia, la Retia, la Pannonia, ecc. erano provincie dell'impero, alleate o federate, ma non considerate come "Italia", nome riservato unicamente alla penisola.
Il nostro destino è saldamente collocato all’interno dell’area continentale europea. Milano è il centro dei flussi di traffico che partendo dalla penisola iberica attraversano l'Europa per raggiungere la Russia e oltre, lungo la linea M-M-M (Madrid-Milano-Mosca) e quindi la nostra azione deve essere tesa allo sviluppo di linee di comunicazione rapide ed economiche con la Francia, la Germania e l'Europa centrale e orientale.
La nostra cultura mittel-europea non ha nulla a che fare con la cultura basata sul clientelismo prevalente nella penisola italica.
Lasciando i problemi della mondializzazione, se mai verrà, alle generazioni future, ora il nostro obiettivo immediato è di poter ottenere il controllo delle nostre finanze, per poter sviluppare l’economia della Padania, che da sola è tra le prime dieci nazioni in ambito mondiale, e trattare alla pari con i paesi europei.
Dobbiamo avere il controllo delle frontiere, per poter decidere chi deve entrare e a quali condizioni, sull'esempio della Svizzera, unico e solitario esempio di democrazia popolare.
Dell’educazione dei nostri figli, affinché possiamo trasmettere loro i nostri valori di onestà e laboriosità
Dell’apparato giudiziario, per ripristinare leggi che regolino i nostri rapporti sociali conformemente al buonsenso collettivo delle nostre genti, lontane dai contorsionismi ideologici degli eredi di Bisanzio.
Padroni in casa nostra!
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