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La misurazione del QI - Differente è bello

Cominciamo col dire che la definizione di “intelligenza” è estremamente soggettiva. Nel discorso informale spesso definiamo intelligenti coloro che la pensano come noi e stupidi coloro che non riusciamo a convincere delle nostre buone ragioni, anche dopo lunghe spiegazioni. Il risultato del test del Quoziente Intellettivo è un valore numerico che si scontra contro l’esperienza diretta che facciamo quando parliamo ai nostri conoscenti, cioè il fatto che ognuno di noi eccelle in alcune capacità ed è manchevole in altre, in modo assolutamente personale ed irripetibile.

Ma quando gli scienziati parlano di quoziente d’intelligenza, parlano di qualcos’altro. La scienza richiede la ripetibilità dei risultati di una batteria di test specifici, espressi sotto forma di cifre e grafici.

Generalmente coloro che si considerano di sinistra sono molto riluttanti ad accettare questi risultati e ancora più il concetto che l’intelligenza possa essere descritta dal grafico della distribuzione gaussiana, nonostante che i testi del QI vengano condotti da almeno 80 anni in tutto il mondo da parte di ricercatori su ogni possibile campione statistico.

Ma quando la discussione si approfondisce, viene alla luce la loro obiezione fondamentale “ma cosa ne facciamo di quelli che si trovano ai livelli più bassi della distribuzione del QI, li buttiamo nella pattumiera?”

Sembrerebbe un caso di pregiudiziale ideologica che porta a rifiutare un risultato scientifico.

In realtà, questa reazione non c’entra nulla col buonismo, è solo una rivelazione della personale angoscia esistenziale di questi soggetti, della loro sensazione che se gli uomini possono essere disposti secondo una scala dai livelli più bassi a quelli più elevati, siano essi stessi ad essere collocati nei ranghi inferiori.

Questa paura nasce da un malinteso sulla natura della curva gaussiana, che NON è una indicazione del VALORE COMPLESSIVO DI UNO SPECIFICO ESSERE UMANO, in quanto la sommatoria di caratteristiche che si riferiscono ad attività totalmente differenti è assolutamente senza significato, come non ha alcun significato sommare pere con mele ecc.

Il QI viene ottenuto presentando al soggetto una serie di domande a scelta multipla. Ad ogni risposta corrisponde un determinato punteggio, e il QI si calcola appunto sommando tutti i punteggi. Esso è stato costruito in modo da dare come valore medio 100. Ma questo numero complessivo non rivela nulla delle risposte specifiche ad ogni quiz.
Possono esserci molte persone con lo stesso punteggio, ma dalla personalità completamente differente.
Il soggetto K può avere avuto 100 come risultato di A=20 + B=40 + C=30 + D=10, mentre Z può avere avuto 100 come risultato di A=10 + B=30 + C=40 + D=20, il soggetto W può avere avuto 100 come risultato di A=15 + B=15 + C=20 + D=50, il soggetto Y può avere avuto 100 come risultato di A=25 + B=45 + C=10 + D=20 ecc. ecc.

Ma è assurdo rifiutare aprioristicamente il QI, in quanto è appunto uno strumento di paragone. Se una persona ha un QI di 150 è molto più probabile che abbia un punteggio superiore in quasi tutti i quiz rispetto a una persona col punteggio di 100 o di 80, anche se può sempre darsi il caso che una persona di basso QI possa avere un risultato in un quiz specifico più elevato di quello ottenuto nello stesso quiz da una persona dal risultato complessivo molto alto.

Il guaio è che l’intelligenza non è una cosa facilmente visibile, ma se facciamo l'esempio di una cosa evidente come la bellezza, penso che siamo tutti d’accordo che ci può essere una ragazza dal viso bellissimo, ma dalle gambe brutte e dal seno poco piacevole, mentre un’altra può avere gambe bellissime e il resto del corpo poco attraente ecc. ecc. Tuttavia esistono innegabilmente poche fortunate in cui si combinano viso d'angelo, gambe meravigliose, seno armonioso ecc. ecc. (Questo esempio è leggermente sessista, ma chi lo desideri può facilmente immaginare l’equivalente riferito al corpo maschile per conto proprio).

Esistono decine di questionari differenti, che misurano caratteristiche specifiche ben precise, per es. la velocità di reazione agli stimoli, l’abilità manuale, la velocità o capacità di calcolo, l’abilità verbale, la memoria, ecc. ecc.
Il fatto che qualcuno abbia un punteggio qualsiasi in un test specifico, non è un’indicazione della possibilità di predizione del suo punteggio in alcun altro test, né può essere un giudizio aprioristico delle sue possibilità di successo nella vita.

Ci può essere un individuo che eccelle in abilità manuale, che ha una vera passione nella progettazione e costruzione di meccanismi complicatissimi; supponiamo che impieghi queste caratteristiche per diventare un orologiaio abilissimo, ma che sia di carattere schivo e poco socievole.
Qualcun altro può invece eccellere nelle capacità di comunicazione umane, affabilità e spirito affaristico. Supponiamo che usi queste caratteristiche per dedicarsi alla vendita di orologi.
Se questi due individui si associano, possono realizzare una squadra di estremo successo, mettendo a disposizione del più gran numero possibile di clienti degli orologi di ottima fattura. Ma la squadra non può essere completa senza che vi si associ qualcuno che abbia propensione a dedicarsi alla riscossione del pagamento delle merci, qualcuno che sia disposto a guidare per ore per trasportare quelle merci, altri che si dedichino al procurarsi le materie prime, altri che si dedichino al coordinamento dell’operato di tutti i membri della società ecc. ecc.

La diversa capacità di ognuno di noi di svolgere un compito è l’elemento imprescindibile per creare una collettività in cui l’eccellenza di ognuno di noi si integra con le eccellenze di altri in differenti settori per far funzionare la società al meglio per tutti.

La realtà degli esseri umani è quindi totalmente l’opposto del concetto marxiano di “uomo universale”, secondo cui ogni uomo avrebbe la possibilità innata di svolgere qualsiasi attività ed eccellere in ciascuna di esse.

Esso deriva da un fraintendimento del concetto stesso di uguaglianza, che da un concetto religioso di uguale piccolezza di tutti gli uomini di fronte all’immensità della divinità è stato trasformato nel dogma della potenzialità che esisterebbe in ognuno di noi di essere qualsiasi cosa, quasi fossimo tutti copia carbone di ciascuno altro.

Questo è in contraddizione assoluta con la stessa essenza della natura, le cui leggi danno come risultato l’unicità e irripetibilità di ogni organismo, che mediante la procreazione permette infinite ricombinazioni delle caratteristiche biologiche per un’infinita possibilità di perfettibilità.

La stessa complessità della società è resa possibile dall’enorme varietà di caratterologie umane, tutte indispensabili per la sua esistenza.

C’è bisogno dell’imprenditore, che ha la funzione di fiutare il mercato e rendersi conto di quali siano i bisogni espressi o latenti del pubblico, e di combinare le forze economiche per soddisfare questi bisogni al minor costo possibile e nel modo più diffuso possibile.

Ma l’attività imprenditoriale non potrebbe sussistere senza la continuità di azione assicurata da una società stabile e pacifica, e questa è opera dell’uomo politico, il cui successo dipende dalla sua capacità di stabilire un intreccio di alleanze con individui che lo appoggino per attuare un progetto di strutturazione della società. Per farlo non ha nemmeno il bisogno di conoscenze approfondite in uno specifico settore, per esse può ricorrere benissimo all’ausilio di qualcuno più esperto di lui.

Possiamo qui richiamare l’esempio esposto in precedenza, non c’è bisogno che l’orologiaio sappia dove si trovano tutti i negozi di orologi, né che il piazzista sappia come fare gli orologi, né che si occupi del pagamento. Quello che conta è il risultato finale, l’ottenere che buoni orologi siano messi a disposizione del pubblico più vasto possibile.

Per concludere, le angosce dell’uomo di sinistra di fronte alle diversità umane sono totalmente fuori luogo.

La natura non sa cosa farsene di miliardi di cloni.

DIFFERENTE È BELLO.