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Si uccidono gli imprenditori privati di Pechino travolti dalla crisi economica e già morti di vergogna per i debiti

PECHINO -- L'altro ieri il vecchio Qi avrebbe dovuto aiutarmi a fare un trasloco ma all'improvviso non era più disponibile. Lo chiamo e mi dice che il suo amico e vicino di casa a Tongxian, nella periferia di Pechino, si è suicidato.  

Caspita, penso, che strano. I suicidi, specialmente in città e tra gli uomini sono rarissimi in Cina. Chiedo e lui mi dice che il suo amico, il vecchio Wang, un autista come lui, da qualche anno si era dato agli affari, comprava e vendeva acciaio.

Le cose gli andavano bene e all'inizio di quest'anno aveva deciso di fare il colpo grosso: si era indebitato con le banche e aveva comprato una grande quantità di acciaio e futures sull'acciaio.

Oggi però il prezzo dell'acciaio è crollato, nessuno lo vuole e le banche gli bussano alla porta. Lui che ne sapeva? Era un autista che aveva delle amicizie e pensava che questo bastasse per diventare ricco. Mai avrebbe creduto che l'economia, dopo essere cresciuta per tanto tempo, si sarebbe fermata o andata indietro. Che ne sapeva dei cicli economici?

I debitori lo inseguivano. Dalla orgogliosa richezza era precipitato alla squallida miseria. Non aveva più faccia. Non poteva reggere. Ha deciso di uccidersi.

Non è solo. Sono decine ormai i piccoli e medi imprenditori in Cina che si stanno suicidando per la crisi economica, schiacciati nella morsa dei debiti e della fine degli ordini.

Le grandi imprese sopravviveranno, sostenute dai mega piani di investimenti nelle infrastrutture. Gli operai licenziati dalle fabbriche sulla costa forse pure, riassunti nei cantieri edili all'interno. Ma una buona fetta della classe media imprenditrice privata, quella che era emersa negli ultimi anni, rischia di rimanere schiacciata.

In altri Paesi, dove il capitalismo è maturo, le reti di protezione sociali sono pronte, dove la gente sa che la crisi per quanto dura a un certo punto finirà, la gente resiste e aspetta la fine della nottata. Gli imprenditori piangono con le banche, alzano il pugno con lo stato ma non cedono.

In Cina dove il capitalismo è una bestia nuova, dove il ciclo finora era stato sempre al rialzo, gli imprenditori sono novizi e si suicidano, come facevano i duri e puri capitalisti dell'America della crisi del '29.

Per la verità l'arrivo del capitalismo aveva già fatto le sue prime vittime. A decine si erano uccisi agli inizi degli anni '90 dopo il primo crollo della borsa di Shenzhen e Shanghai.

Ma quelli erano diversi: si trattava di gente che aveva speculato in borsa con i soldi dell'ufficio sperando di guadagnare sui profitti e si era trovata con un pugno di mosche in mano e una denuncia di furto sulle spalle. Stavolta, questi sono imprenditori veri, rubinettai, tessitori, produttori di giocattoli.

Xie Guihua, re dell'olio vegetale nella provincia interna del Sichuan, a 44 anni era una stella in crescita verticale, avendo cominciato dalla canna da zucchero. Ma si era esposto troppo con le banche, aveva fatto investimenti sbagliati nei futures così nei giorni scorsi si è buttato di sotto.

Una cosa simile è capitata a Chong Guixiong, nella provincia del Guangdong, assediato da debiti per circa 100 milioni di euro.

A Taizhou, nella provincia del Jiangsu, si è buttato dalla finestra Bao Cunlin, l'uomo che sembrava dovesse diventare uno dei protagonisti globali dell'acciaio inossidabile.

Non ci sono statistiche complete sui suicidi per la crisi ed è probabilmente anche difficile contarli, ma l'impressione è che il fenomeno sia solo all'inizio.

Un'intera generazione di imprenditori è a rischio anche fisico di vita. A Hong Kong, dove sono più moderni, è stata organizzata una linea verde per consigli psicologici per chi ha problemi per la crisi economica.

In Cina popolare gli psicanalisti raccontano di avere avuto un aumento improvviso delle telefonate di clienti potenziali: tutti di classe media e alta, tutti che dicono di sentirsi oppressi, di non farcela a sostenere la pressione mentre il mondo sembra crollargli intorno. Si sentono colpevoli.

Sorride amaro un imprenditore di Pechino: "Con chi possiamo prendercela? Con l'America che ha fallito? Con il governo cinese che non si è opposto all'America? Ho pensato che i grandi cicli non potessero toccarmi, toccare la Cina e ora ho perso più di tutto, non so se riuscirò mai a pagare tutti i miei debiti. Non esco più, non posso farmi vedere, tutti mi chiedono soldi. Ho buttato i telefonini. Cosa posso fare?"

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