L'origine e la funzione delle tasse, l'alleanza di governo tra i partiti e la democrazia diretta del referendum

La più grande rivoluzione nella storia dell’umanità ebbe luogo alcune migliaia di anni fa, quando un popolo invasore, dopo aver conquistato un territorio sconfiggendo in battaglia gli abitanti originari, invece di  sterminarli completamente per prenderne il posto li lasciò vivere, obbligandoli però a lavorare e a consegnare parte del frutto del loro lavoro ai vincitori.

L’accumulo di ricchezze ottenuto permise la nascita dello stato moderno, in quanto rese possibile mantenere un esercito permanente, uno stuolo di funzionari preposti all’erario e all’amministrazione, la nascita delle arti finanziate dai potenti, della stessa scrittura, che iniziò come registrazione di quanti animali e derrate fossero consegnati come imposte. Questa nuova forma di società permise, anzi impose, la nascita di grandi imperi, resi necessari dal bisogno di estendere sempre di più il numero di soggetti da sfruttare.

Il livello delle imposte fu la causa di gran parte delle ribellioni dei popoli oppressi, fu la causa di secessioni, come quella degli Stati Uniti d’America, provocata dal tentativo di Re Giorgio III di imporre alle colonie una tassa sull’importazione del tè. E proprio negli Stati Uniti d’America, nati come associazione di uomini liberi, si ebbe la grande rivoluzione del concetto di tasse, che invece essere di un’imposizione arbitraria dell’autorità su dei soggetti che non potevano far altro che pagarle o affrontare la prigione, la tortura o la morte, divennero il modo per finanziare il bene comune.
Si riuniva un’assemblea, si decidevano quali fossero le spese comuni necessarie, e si suddivideva l’importo tra tutti i cittadini.

La stessa cosa accadeva e accade ancora oggi in Svizzera, primo (1291) e forse unico esempio in Europa di vera democrazia, dove le leggi sulle tasse sono soggette a referendum sia abrogativo sia propositivo, come tutte le altri leggi. E questo vale sia per le tasse indirette (IVA, tasse sui carburanti, sugli alcolici ecc.) che dirette (tassa comunale, cantonale e federale).

Ha un bel riempirsi la bocca la sinistra, quando cita l’America come esempio di un paese dove gli evasori finiscono in prigione, là il rapporto tra autorità e cittadini è ben diverso. Nella nostra costituzione, le questioni fiscali sono espressamente escluse dai referendum, indicando che sin dalla sua fondazione la repubblica italiana è partita con un deficit fondamentale di democrazia.

In una moderna società democratica, basata sul sistema elettorale, il governo non può più imporre il proprio volere con il terrore delle armi. La competizione tra i vari partiti si gioca prevalentemente sulla strategia per identificare una parte sociale da legare a sé con la promessa di favori economici a discapito delle altre.

Spesso assistiamo a dibatti accaniti in cui si discutono i meriti della scelta tra un sistema elettorale in cui si privilegia la “rappresentatività” di tutte le parti sociali, con un sistema proporzionale che porta al frazionamento dell’elettorato in decine di piccoli e grossi partiti, che poi devono allearsi per governare, oppure la “governabilità”, con un sistema maggioritario o barriere sulla percentuale minimo di elettori richiesta per avere diritto alla rappresentanza in parlamento, che forza il raggruppamento dell’elettorato in grossi partiti, a uno dei quali vengono assicurati in un modo o nell’altro i numeri per governare il paese da solo.

In realtà, le differenze sono solo apparenti: in un governo di alleanze partitiche, i piccoli partiti possono pubblicamente o segretamente ricattare il governo per far approvare leggi che favoriscano i loro rappresentati.
D’altra parte, proprio in quanto il numero di elettori che rappresentano è sostanzialmente fisso, e quindi il numero dei loro sostenitori non può aumentare, e se cercano di occupare il terreno ideologico di altri partiti alleati, le loro proposte di leggi danneggerebbero gli elettori che hanno già che quindi li abbandonerebbero, e sarebbe un’operazione politicamente inutile perché non porterebbe ad un aumento sostanziale del supporto complessivo per il governo, mentre se cercano di accattivarsi le simpatie degli elettori dell’opposizione, perderebbero quelle della maggioranza, perché in ultima analisi i soldi disponibili al governo dipendono dal livello di tassazione che, se aumentato a spese di una classe sociale specifica ne provocherebbe la fuga e quindi la perdita delle prossime elezioni.
La forza dei partiti piccoli è essenzialmente un bluff, perché una volta esclusi dalla loro alleanza questi partiti non potrebbero semplicemente entrare nel gruppo dell’opposizione, perché provocherebbero l’uscita per incompatibilità ideologica (cioè di interesse per il gruppo sociale rappresentato) di qualche altro partito che vi si trova già, e fuori dal governo non conterebbero nulla.

In un sistema “bipartitico”, ognuno dei due partiti deve raccogliere il consenso della gamma di elettori più ampia possibile, per cui la sua politica sarà una macedonia di frutta di posizioni contraddittorie, non tanto nel tentativo di conquistare il “terreno di mezzo” come ripetono pappagallescamente i commentatori politici, ma “tutto” il terreno, per cui assistiamo dirigenti di partiti cosiddetti di “destra” assumere posizioni di estrema sinistra e viceversa.
Questo rende alla fine molto difficile distinguere tra i due partiti, per cui nel sistema bipartitico si assiste inevitabilmente ad un aumento dell’astensionismo elettorale, proprio perché in un grosso partito molte delle componenti minoritarie della società non si sentono adeguatamente rappresentate.

La decisione dell’elettore si basa in ultima analisi sul carisma del capo del partito, sulla percezione da parte della maggioranza della sua capacità di decidere l’azione da intraprendere durante il periodo di governo e la sua capacità di farlo, e spesso non è tanto una vittoria di un partito quanto la sconfitta del suo oppositore, se il suo leader appare debole e incapace di far fronte alle sue promesse.

Con entrambi i sistemi, i partiti cercano di rafforzare la propria base con una manipolazione sociale a loro favorevole.
Questo viene ottenuto per esempio costruendo quartieri cittadini “monoclasse” per creare dei seggi elettorali “sicuri”;
sostenendo la piccola industria famigliare, o provocandone il tracollo finanziario e in questo modo trasformando molti lavoratori indipendenti in salariati;
incanalando la distribuzione nei supermercati con migliaia di commessi, oppure nei piccoli negozi a conduzione famigliare.
Un altro sistema è quello di aumentare a dismisura il numero di dipendenti pubblici.
Questo succede anche nel Regno Unito, dove c’è un sistema bipartitico, e dove il governo laburista ha più che raddoppiato il numero di dipendenti statali, creando una classe di elettori legati a doppio filo alle fortune di questo partito.

Ma la situazione in Italia supera di gran lunga in gravità quella di qualsiasi altro paese europeo, tanto da poter essere considerata ormai irreversibile: Con 4 milioni di dipendenti pubblici, mentre in altri paesi con la stessa popolazione ce ne sono un terzo o un quarto, quale partito si presenterà alle elezioni con il programma di licenziare metà del personale pubblico?

Già vediamo che in regioni come la Calabria, la Sicilia, la Campania, le amministrazioni cambiano, ma le centinaia di migliaia di guardie forestali rimangono, come pure il numero di dipendenti comunali, superiore di molte volte a quello di città della Padania con la stessa popolazione.

Il governo proclama che tutti i problemi economici dell’Italia derivano dalle scarse risorse finanziarie, dovute dal numero di evasori fiscali. Ma in questa situazione possiamo essere sicuri che le maggiori entrate fiscali andrebbero a far aumentare ulteriormente i dipendenti statali, magari a far aumentare ancora le auto blu con relativi autisti, già salite da 60.000 a 500.000.

Cosa può cambiare questa situazione?

L’unica via d’uscita è il controllo diretto della spesa pubblica da parte dei cittadini, che avviene oggi solo nei paesi in cui il livello delle imposte è soggetto a referendum popolare. Quando il numero di persone danneggiate dal continuo aumento delle tasse supera la metà dei votanti, nascono le condizioni perché si formi uno schieramento trasversale che coinvolge i cittadini al di là delle loro alleanze ideologiche a questo o quel partito, garantendo così l’approvazione del referendum. La prova pratica l’abbiamo dalla Svizzera e dagli Stati Uniti, dove con referendum storici e andando contro il volere dei partiti, i cittadini hanno imposto più volte delle riduzioni delle tasse, e quindi della spesa pubblica e del numero di dipendenti statali.


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