Mio articolo

mauro meneghini
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sabato 6 dicembre 2008

 

grafico

 

 

 

 

 

 

 

Perché questo grafico è importante?.
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Perché ci aiuta a discriminare tra teorie alternative del ciclo economico e tra le loro implicazioni di politica economica.
Nel grafico sono mostrate le deviazioni normalizzate dal trend nel prodotto reale e nel livello del prezzo per l’Italia nel periodo 1970-2007. Le due variabili sono approssimate, rispettivamente, dal valore aggiunto ai prezzi base in euro 2000 e dal suo relativo prezzo (deflatore) implicito.
Le deviazioni dal trend in una variabile ne misurano la variabilità rispetto alla sua tendenza di fondo. A livello aggregato, queste deviazioni rappresentano le fluttuazioni dell’attività macroeconomica, ciò che gli economisti chiamano ciclo economico. Poiché il Pil è una misura sintetica di tale attività, le sue fluttuazioni attorno al trend sono l’indicatore del ciclo economico. Quando queste deviazioni sono positive, l’economia si trova in una fase espansiva; quando le deviazioni sono negative, l’economia si trova in una fase recessiva. La frequenza e l’ampiezza di queste oscillazioni sono variabili. Tuttavia, mentre il Pil oscilla in modo irregolare, la variabili macroeconomiche oscillano in modi che esibiscono forti regolarità. Questa regolarità nelle fluttuazioni è che ciò che gli economisti chiamano comovimento. Poiché, come ho detto, il ciclo economico è misurato dalle fluttuazioni del Pil, il modo nel quale un singola variabile macro si muove contemporaneamente (comuove) al Pil è d’interesse cruciale. Una variabile è prociclica se le sue deviazioni dal trend sono correlate positivamente con quelle del Pil; al contrario è anticiclica se le deviazioni dal trend sono correlate negativamente con quelle del Pil (c’è anche la possibilità che una variabile sia a-ciclica).
Consideriamo il comovimento delle variabili macroeconomiche più importanti: le componenti principali del Pil - consumi e investimenti - quelle del mercato del lavoro – occupazione, salario reale e produttività del lavoro - e infine quelle nominali – livello del prezzo e attività finanziarie. Ebbene, per quanto riguarda l’Italia (ma anche molte altre economie sviluppate, a cominciare dagli Usa), tutte le variabili citate sono procicliche ad eccezione di una (vedi tabella): il livello del prezzo che è anticiclico, come si deduce dal grafico di sopra (il coefficiente di correlazione, che misura appunto il grado di correlazione tra le due variabili, è pari a – 0,4; due variabili sono perfettamente correlate in modo negativo quando tale coefficiente è pari a –1, e viceversa sono correlate positivamente in modo perfetto quando esso e apri a +1).

Comovimento Variabili Macroeconomiche: I Fatti Stilizzati  - Italia

Variabile

Evidenza Empirica

Consumo

Prociclico

Investimento

Prociclico

Occupazione

Prociclica

Produttività del lavoro

Prociclica

Salario Reale

Prociclico

Offerta di Moneta

Prociclica

Livello del Prezzo

Anticiclico

 

 

Un teoria macroeconomica che non spiega in modo convincente, qualitativamente e quantitativamente, questi comovimenti del ciclo economico non dovrebbe essere presa molto sul serio. Il grafico di sopra diventa un test – chiave per discriminare tra modelli alternativi del ciclo. Vari modelli teorici alternativi, infatti, sono in grado di replicare il carattere prociclico di tutte o quasi le variabili menzionate. Ma non tutti riescono nel replicare il carattere anticiclico del livello del prezzo. Ad esempio, se prendiamo il modello keynesiano classico (senza micro-fondazioni), la relazione tra deviazioni del prezzo/salario dal trend e deviazioni dell’attività economica dal trend è positiva non negativa. È la famigerata Curva di Phillips (naturalmente la curva di Phillips è inclinata positivamente se l’attività economica è misurata dalle deviazioni del Pil; se si usano le deviazioni dal trend del tasso di disoccupazione ovviamente cambia il segno, ma non il senso della relazione). Lo stesso accade se prendiamo un modello neo-keynesiano del tipo Salari/Prezzi Vischiosi (sticky wage/price).
Se le imprese soddisfano la domanda per un dato livello predeterminato del prezzo, la curva di offerta è piatta (nel breve periodo) e quindi il livello del prezzo è aciclico (almeno sino a quando non viene raggiunta la piena occupazione; da questo livello in poi diviene prociclico se la domanda continua ad aumentare). Gli shock nominali (come ad esempio un aumento dell’offerta di moneta) hanno effetti reali. Questa è la variante del modello neokeynesiano microfondata sulla teoria dei “costi del menu”. Nella variante con salario (nominale) vischioso (le cui microfondazioni sono più sfuggenti), non solo il livello del prezzo è prociclico, ma il salario reale risulta anticiclico: entrambe queste predizioni contrastano con l’evidenza empirica riassunta nella tabella. Se l’origine delle fluttuazioni è uno shock nominale, si mette in moto il noto meccanismo keynesiano della trasmissione della politica monetaria: un aumento dell’offerta (nominale) di moneta riduce il livello del tasso d’interesse (reale) necessario ad equilibrare la domanda di moneta con l’(aumentata) offerta di moneta. Poiché il tasso d’interesse è più basso aumenta la domanda sia di consumi (via sostituzione intertemporale) che di investimenti; ciò fa aumentare il livello del prezzo che, a sua volta, provoca la riduzione del salario reale (dato che quello nominale è fisso) e fa aumentare l’occupazione. Quindi in questa versione del modello neo-keynesiano, il prezzo è prociclico e il salario reale anticiclico (il meccanismo keynesiano di trasmissione della politica monetaria è lo stesso anche nel modello “menu cost”, ovviamente, solo che il salario reale non si riduce). 

Comovimento Variabili Macroeconomiche: Il Modello Keynesiano con salari vischiosi

Variabile

Modello

Evidenza Empirica

Consumo

Prociclico

Prociclico

Investimento

Prociclico

Prociclico

Occupazione

Prociclica

Prociclica

Produttività del lavoro

Anticiclica

Prociclica

Salario Reale

Antciclico

Prociclico

Offerta di Moneta

Prociclica

Prociclica

Livello del Prezzo

Prociclico

Anticiclico

Il modello keynesiano con prezzi/salari rigidi non supera dunque il test della figura. Altri modelli, che assumono prezzi e salari flessibili anziché rigidi come nella teoria keynesiana standard, lo superano. Ad esempio la teoria del Ciclo Economico Reale e quella del Fallimento di Coordinamento. Entrambe predicono l’anticiclicità del livello del prezzo (e sono coerenti con tutti  i Fatti Stilizzati illustrati nella tabella). Si tratta tuttavia di due modelli completamente differenti sia per quanto riguarda la spiegazione del ciclo sia per quanto riguarda le implicazioni di politica economica. La Teoria del Ciclo Economico Reale sprigiona un aroma fortemente neo – classico; la Teoria del Fallimento di Coordinamento emana viceversa effluvi keynesiani.
Secondo il modello del Ciclo Economico Reale (o “ciclo in equilibrio”) il ciclo economico è causato da fluttuazioni persistenti della produttività totale dei fattori. Secondo tale teoria le politiche di stabilizzazione del ciclo (politiche che influenzano la domanda aggregata) non hanno ruolo alcuno, perché i cicli economici sono semplicemente risposte ottimali alle fluttuazioni della produttività totale dei fattori. Tuttavia, la politica fiscale “strutturale” (rivolta all’offerta non alla domanda) è utile per affrontare i fallimenti del mercato, ridurre le inefficienze connesse con la tassazione distorsiva, e, in generale, per favorire i fattori che possono influenzare la crescita e la produttività totale dei fattori.

Comovimento Variabili Macroeconomiche: Il Modello del Ciclo Economico Reale

Variabile

Modello

Evidenza Empirica

Consumo

Prociclico

Prociclico

Investimento

Prociclico

Prociclico

Occupazione

Prociclica

Prociclica

Produttività del lavoro

Prociclica

Prociclica

Salario Reale

Prociclico

Prociclico

Offerta di Moneta

Prociclica

Prociclica

Livello del Prezzo

Anticiclico

Anticiclico

Nel modello del Fallimento di Coordinamento, la presenza diffusa di complementarità strategiche, ossia di relazioni in cui un singolo consumatore o una singola impresa sono incoraggiati ad una certa azione quando questa è adottata da altri, causa rendimenti crescenti di scala a livello aggregato (gli isoquanti delle singole imprese restano convessi, le economie di scala sono “esterne” e sorgono dall’interazione tra gli agenti come nel caso dei “distretti produttivi” o di internet). Ciò implica la possibilità di equilibri multipli - ad esempio un equilibrio “buono”, in cui produzione, occupazione, domanda, salario reale sono elevati e tasso di interesse e prezzo bassi; e un equilibrio “cattivo” nel quale avviene il contrario. L’economia può oscillare tra questi differenti stati di equilibrio, con fluttuazioni che sono guidate da ondate di ottimismo e pessimismo. Anche in questo modello la moneta è neutrale, ma agendo come una variabile “sunspot” - una variabile non correlata con i fattori strutturali fondamentali (dotazioni, preferenze e tecnologia) - può causare ondate di ottimismo/pessimismo, e perciò apparire in grado di produrre effetti reali. Perciò le politiche di stabilizzazione, secondo questo modello, se possono servire a produrre ottimismo contribuiscono a smussare il ciclo. Per questi motivi il modello del Fallimento di Coordinamento è keynesiano nello spirito e, oltre ad accordarsi con i fatti stilizzati della tabella, sembra in grado di dire una parola importante nel caso di situazioni come le crisi borsistiche e bancarie, nelle quali è difficile negare che le ondate di ottimismo/pessimismo che si auto-avverano giochino un ruolo fondamentale (anche se occorre sempre guardarsi dalle spiegazioni monocausali troppo semplici: ad esempio la crisi in atto è stata innescata dalla riduzione del prezzo reale delle abitazioni, che è un cambiamento strutturale).

Comovimento Variabili Macroeconomiche: Il Modello del Fallimento di Coordinamento

Variabile

Modello

Evidenza Empirica

Consumo

Prociclico

Prociclico

Investimento

Prociclico

Prociclico

Occupazione

Prociclica

Prociclica

Produttività del lavoro

Prociclica

Prociclica

Salario Reale

Prociclico

Prociclico

Offerta di Moneta

Prociclica

Prociclica

Livello del Prezzo

Anticiclico

Anticiclico

Ciò detto, il problema è che entrambe queste teorie colgono i fatti stilizzati del ciclo ma, come s’è visto, hanno implicazioni di politica economica contrastanti dal momento che individuano fattori differenti come causa delle fluttuazioni. Nel modello del Ciclo Economico Reale, ciò che succede alla produttività totale dei fattori è fondamentale mentre le aspettative, le frizioni informative (incertezza e informazione imperfetta), gli spiriti animali non contano nulla. Nel modello del Fallimento di Coordinamento accade l’opposto.
Dunque?
In realtà, i cicli economici possono avere varie cause. Capire quali shock macroeconomici sono all’opera e quali sono le loro implicazioni è cruciale ma complicato. Diviene quasi inevitabile attingere a modelli differenti, piuttosto che ad una teoria unica (anche se sarebbe bello averla). Perciò è necessario un approccio eclettico.
D’altra parte, se prendiamo in considerazione la politica fiscale, le implicazioni dei due modelli forniscono delle sorprese.
Nel modello del Ciclo Economico Reale, emerge un ruolo specifico per le politiche pubbliche, che consiste nel rimuovere o temperare i cunei fiscali che distorcono i comportamenti degli agenti economici: le tasse sul reddito personale distorcono l’offerta e la domanda di lavoro perché imprese e lavoratori fronteggiano salari effettivi differenti; le tasse sul valore aggiunto o sulle vendite distorcono il consumo perché imprese e consumatori non fronteggiano gli stessi prezzi effettivi per tutti i beni. Di conseguenza, poiché limare queste distorsioni comporta un guadagno di welfare, la pressione tributaria dovrebbe essere mantenuta nel tempo i) bassa e ii) stabile. Per le politiche pubbliche questo a sua volta comporta abbassare le aliquote fiscali, se esse sono troppo alte, e non toccarle continuamente. Questo corrisponde a lasciar funzionare gli stabilizzatori automatici del sistema di tassazione, perché se le aliquote delle imposte sono costanti, le entrate tributarie aumentano nei boom e diminuiscono nelle recessioni. Questa è una sorta di politica anticiclica, ma il suo intento non è quello keynesiano di stabilizzare l’output attraverso interventi discrezionali, ma ridurre le distorsioni delle tasse mantenendone stabili (e basse) le aliquote.
Nel modello del Fallimento di Coordinamento, i rendimenti crescenti a livello aggregato determinano una serie di conseguenze non tradizionali (le economia di scala esterne devono essere sufficientemente estese per determinare questi risultati). La curva della domanda di lavoro è inclinata positivamente - il prodotto marginale aggregato del lavoro cresce anziché decrescere all’aumentare dell’occupazione, per un dato livello dello stock di capitale, e perciò al crescere del salario reale le imprese desiderano occupare più e non meno lavoratori. A sua volta, l’offerta aggregata diviene una relazione negativa tra prezzo di mercato e quantità che le imprese desiderano vendere. Il che è l’origine degli equilibri multipli perché ora la curva di offerta aggregata può intersecare la curva di domanda aggregata (anch’essa con pendenza negativa) in due punti. In questo contesto, una riduzione della spesa pubblica che riduce il valore presente delle tasse può spingere l’economia verso un equilibrio unico che è migliore di quello “cattivo”(anche se peggiore di quello “buono”). Questa maniera di eliminare o attenuare il ciclo economico riduce l’incertezza e perciò può essere vantaggiosa (anche se, ove l’economia si trovasse nell’equilibrio “migliore”, il prodotto si ridurrebbe come conseguenza di questa politica).

Perciò, un’interpretazione eclettica delle implicazioni di policy di questi modelli così differenti è la seguente:

  • una politica strutturale rivolta alla minimizzazione nel tempo delle distorsioni fiscali è benefica, indipendentemente dal ciclo economico; gli stabilizzatori automatici del bilancio pubblico sono coerenti con questa strategia e forniscono un ammortizzatore anticiclico;
  • una politica discrezionale non serve, perché le fluttuazioni fanno parte dell’economia capitalistica di mercato basata sulla concorrenza (e le regole); in particolare le recessioni, che riflettono un declino della produttività multifattoriale, spingono gli operatori (imprenditori, consumatori e governi) a trovare degli antidoti e a correggere i loro errori; perché queste “ristrutturazioni” siano efficaci la concorrenza non deve essere imbrigliata;
  • nel caso in cui, condizioni eccezionali consigliassero un intervento discrezionale, questo dovrebbe essere basato su riduzioni delle tasse e della spesa.

 

Siccome questo commento è sin troppo lungo, rimando ad un altro post l’analisi, alla luce di queste considerazioni, del comportamento del governo italiano in questa crisi.

 

 

Cordialmente mauro m..

 

XXV Aprile, 2 • moniga del garda • I 25080
TEL.: +393356136222 • email: mauro.meneghini@tin.it

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